lunedì 21 aprile 2008

Paolo Uccello. Quel simbolo scambiato, un giallo rinascimentale

l'Unità 21.4.08
Paolo Uccello. Quel simbolo scambiato, un giallo rinascimentale
di Michele Emmer

PAOLO UCCELLO veniva rimproverato da Donatello di avere la fissazione della prospettiva e del «mazzocchio», una forma ad anello molto difficile da disegnare. Ora quella figura ritorna in un’opera di Paladino all’Ara Pacis di Roma...

«Paolo Uccello, eccellente pittore fiorentino, (1397-1475) il quale perché era dotato di sofistico ingegno, si dilettò sempre di investigare faticose e strane opere nell’arte della prospettiva, e dentro tanto tempo vi consumò che se nelle figure avesse fatto il medesimo, più raro e mirabile sarebbe divenuto. Ove altrimenti facendo, se la passò in ghiribizzi mentre visse e fu non manco povero che famoso. Per il che Donato (Donatello) che lo conobbe spesso gli diceva, essendo suo caro e domestico amico: “Eh, Paulo, cotesta tua prespettiva ti fa lasciare il certo per l’incerto”. E questo avveniva perché Paulo ogni giorno mostrava a Donato mazzocchi a facce tirati in prospettiva, e di quegli a punte di diamanti con soma diligenza bizarre vedute per essi». Aggiunge il Vasari ne Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue, insino a’ tempi nostri: «Sotto queste due storie di mano d’altro, più basso, vi fece il Diluvio con l’Arca di Noè… Opera tutta di bontà e d’eccellenza infinita che gli acquistò grandissima fama. Diminuì le figure ancora per via di linee in prospettiva, e fece mazzocchi et alter cose in tale opra certo bellissime».
L’opera di Paolo Uccello si trova nel chiostro verde della Basilica di Santa Maria Novella a Firenze, la cui facciata, di splendidi marmi, restaurata, è stata da qualche giorno liberata dalle impalcature, esempio unico di facciata rimasta come la progettò Leon Battista Alberti. Anche nella famosa Battaglia di San Romano sempre di Paolo Uccello, compaiono mazzocchi.
A partire dal 1422 circa Masolino, con l’aiuto di Masaccio, lavora alla Cappella Brancacci a Firenze. La cappella Brancacci è situata all’interno della chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze. Masaccio applica alla pittura le nuove teorie rinascimentali sulla prospettiva. I primi affreschi non permettono di stabilire bene la predominanza di un artista sull’altro. Masaccio morirà a soli 27 anni nel 1428 durante un viaggio di studio a Roma lasciando l’opera incompiuta.
In particolare Masolino realizza la Guarigione dello storpio e la Resurrezione di Tabita. A Masaccio sono attribuiti l’impostazione prospettica, i palazzi e la piazza. Le due scene sono separate dal particolare di due personaggi in vestito moderno che passeggiano indifferenti parlando dei loro affari. «Due indicibili giovanottini stoffati e in mazzocchio, da parer sagome per il sarto di moda a Firenze nella stagione 1424-1425», scrisse lo storico dell’arte Roberto Longhi.
Il mazzocchio, dunque. Che cosa era il mazzocchio? Potrebbe derivare dal latino maxuca tramite il diminutivo maxuculus: «quantità di cose strette insieme a guisa di mazzo e quindi gambo sottile pannocchiuto in cima e in modo speciale tallo di radicchio od anche specie di grano grosso. Anello che si forma intorno ad un tronco d’albero. Per similitudine si chiamò così il berretto».
Perché Paolo Uccello era cosi interessato ai mazzocchi e perché Donatello, per bocca di Vasari, lo rimprovera di un suo eccessivo interesse per quella forma geometrica? Certo non era il copricapo che interessava Paolo Uccello, ma quella specie di cerchio sfaccettato che era una stilizzazione geometrica del cappello.
Piero della Francesca (1420-1492) nel libro primo, XXVII, di De prospectiva pingendi, composto negli ultimi anni prima della morte, traccia un mazzocchio in prospettiva, spiegando come si doveva costruirlo.
Margaret Daly Davis nel volume Piero della Francesca’s Mathematical treatises ricorda che la corretta rappresentazione prospettica era di estrema importanza per gli architetti, per i pittori ed inoltre per chi doveva realizzare i meticolosi disegni per i fabbricanti di intarsi, come ricorda lo stesso Piero nella dedica a Guidobaldo del Monte della Summa arithmetica. Chi sapeva ben rappresentare un mazzocchio in prospettiva era un vero maestro.
Alan e Judith Ferr Tormey scrivono un articolo sul Scientific American nel 1982 intitolato Renaissance Intarsia: the Art of Geometry: «Alla metà del XV secolo avvenne una importante trasformazione nell’arte dell’intarsio che passò dall’essere considerata una attività decorativa e di abbellimento di secondaria importanza per diventare l’arte geometrica per eccellenza. I pannelli ad intarsio rappresentano nella stragrande maggioranza architetture complesse, immaginarie o reali in prospettiva, come se fossero viste attraverso una finestra aperta. Praticamente ogni pannello è una illusione di prospettiva tridimensionale. L’improvviso fiorire e la susseguente grande fortuna dell’intarsio coincideva con la sforzo di dare all’arte una base matematica, e la storia dello sviluppo di quest’arte esemplifica molto efficacemente la fusione di arte, matematica e filosofia durante il Rinascimento».
Era quindi del tutto evidente che i pannelli ad intarsio più interessanti era quelli che contenevano oggetti geometrici. Aggiungeva Daniele Barbaro che la costruzione del mazzocchio era considerata molto difficile anche alla fine del XVI secolo. Proprio per questo il mazzocchio diventa il simbolo della geometria e compare nei lavori più interessanti ad intarsio, nel Duomo di Modena ad esempio.
Ai maestri di prospettiva si rivolgeva la classe culturalmente più elevata, per realizzare studioli simboli di un’ideale solitudine riflessiva. Le tarsie per lo studiolo di Federico da Montefeltro a Palazzo Ducale di Urbino vengono realizzate tra il 1474 e il 1476 da Baccio Pontelli.
Nel 1519, qualche anno dopo la morte di Piero, fra’ Giovanni da Verona realizza i pannelli ad intarsio per il Monastero di Monte Oliveto Maggiore vicino Siena.
I Tormey suggeriscono che fra’ Giovanni doveva forse avere avuto accesso ad alcuni disegni di Piero o di altri. Nell’articolo, sulla base del libro di Daniele Barbaro, Pratica della Prospettiva (1569), e di quello dello storico della matematica tedesco G.I. Kern, i Tormey forniscono una possibile via per disegnare in prospettiva un mazzocchio, forma presente in ogni serie di intarsi dell’epoca.
Cose di altri tempi, si dirà. Le forme geometriche archetipo, ed il mazzocchio sicuramente lo è, non spariscono, riappaiono, ritornano. Un grande mazzocchio di metallo, nero, con segni, numeri cifre, oggetti geometrici, simboli di infinito. Dove? All’Ara Pacis, a Roma, davanti all’Ara della pace di Augusto. Dentro il grande contenitore bianco di Richard Meier, che tante polemiche ha suscitato. Un grande mazzocchio nero, simmetrico, immutabile, inciso, scolpito, immobile ed eterno. In eterno contrasto con la pietra bianca dell’Ara, ma suo completamento inevitabile. Una forma moderna ed antica, che rimanda, richiama, ricolloca eppure inventa un nuovo spazio, una nuova geometria, un nuovo movimento. Creato ripensando a Paolo Uccello da quel sognatore di forme e di numeri che è Mimmo Paladino. Un semplice cappello Rinascimentale? Un semplice esercizio di abilità prospettica? Un simbolo della eterna immutabilità dell’arte e della sua altrettanto eterna mutevolezza. Simbolo della modernità, della essenzialità, segno antico del nostro tempo.

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