giovedì 6 marzo 2008

Cina a Palazzo Strozzi. Quel Rinascimento venuto dall'Oriente

Corriere della Sera 6.3.08
Cina a Palazzo Strozzi. Quel Rinascimento venuto dall'Oriente
di Wanda Lattes

Si prova una certa invidia per il vasellame prezioso dei sovrani e per l'oreficeria in giada e bronzo

Statue enormi in pietra decorata con intagli artistici, gruppi stupefacenti in bronzo, figure vivaci in terracotta colorata o minuscole in argilla, oro e argento, pitture fantastiche e ritratti veritieri, scrigni e vasi lussuosi in metallo prezioso, quali oggi nessun superpotente, divo, magnate o politico, oserebbe commissionare.
Qualunque tempo il visitatore abbia programmato per vedere, capire la mostra «Cina: alla corte degli Imperatori» probabilmente dovrà, alla fine, allontanarsi con rimpianto da Palazzo Strozzi. Perché questa incursione nel tempo, nello spazio, nelle culture di un mondo lontano risulta davvero stupefacente.
Dopo l'itinerario intrapreso oltre un anno fa a Roma con la mostra alle Scuderie del Quirinale sulla Cina del primo millennio a. C., il periodo di miracolosa produttività qui esemplificato comprende uno spazio temporale che va dal 25 d. C. al 907, dalla tradizione della dinastia Han allo splendore di quella Tang. In Europa nel frattempo si assiste al trionfo e poi al declino dell'impero romano, alle invasioni barbariche, alla minaccia musulmana che arriva alle porte di Parigi, al primo concetto di Europa unificata con l'incoronazione di Carlo Magno. Un lungo periodo cupo e minaccioso dove l'unico salvataggio della cultura a un certo punto è costituito dal certosino lavoro nei monasteri.
Ebbene, nella Cina che ci raccontano a Firenze, una nazione proiettata in spazi infinitamente più grandi dell'intera Europa, due dinastie, la Hang e la Tang, riescono a primeggiare e a diventare fari di civiltà: laboratori politici, sociali, scientifici, terreni fertili per sfide e raffinatezze artistiche. Tutto mentre il Confucianesimo cede il passo, per qualche secolo, al Buddismo.
La magnifica eleganza della corte Tang (617-907) viene vantata come il Rinascimento cinese. Ma qui a Firenze, ad interpretare una Rinascita umanistica e libera, intellettuali e artisti ci arrivarono mezzo millennio dopo. La mostra, ovviamente, non è tanto una riflessione su quel periodo Tang che lo storico Charles Fitzgerald definiva «grande epoca creativa», né soltanto pentimento per quella ignoranza che accredita Marco Polo e pochi altri viaggiatori come portatori di civiltà tra gente semplice, quando invece la Via della Seta era già da tempo legame ininterrotto di merci e cultura.
È un'occasione per ammirare il talento dei pittori che lavorarono su seta e ceramica, l'abilità dei modellatori di urne e vasi ma anche di minuscole e realistiche torri, case, porcili e perfino esseri umani. All'opposto di questa arte minuta ci sono l'imponente Budda (alto due metri e mezzo) sistemato al centro del cortile del palazzo e l'incredibile processione di cavalli e carri di bronzo. Si prova una certa invidia per il vasellame prezioso dei sovrani, per l'oreficeria in giada e bronzo. E si va avanti con stupore nella ricca vita di corte fino ai ritratti delle impudiche, seducenti concubine dell'imperatore.

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