giovedì 13 marzo 2008

Canaletto e Bellotto. Cartoline di famiglia

Corriere della Sera 12.3.08
Canaletto e Bellotto. Cartoline di famiglia
di Francesca Bonazzoli

Giovanni Antonio Canal, detto «il Canaletto», nacque a Venezia nel 1697. Iniziato dal padre alla scenografia, fu influenzato in seguito dalle opere di Van Wittel edi
Carlevarijs. È considerato l'artefice della grande fortuna del vedutismo veneto del Settecento. Morì nel 1768
Veneziano, classe 1721, Bernardo Bellotto era figlio di una sorella del Canaletto e dallo zio apprese l'arte di ritrarre vedute di città e di paesi. Si distinse dal maestro per una visione più attenta ai particolari, a tratti lievemente malinconica. Morì a Varsavia nel 1780

Quella di Antonio Canal, detto il Canaletto, e di suo nipote Bernardo Bellotto sembra una storia di oggi: tecnicamente bravissimi, originali nei temi, moderni nell'uso della camera ottica che si inseriva nelle novità della cultura illuministica, i due pittori furono però costretti a lavorare per i collezionisti stranieri e persino a emigrare per vivere.
La Venezia dei parrucconi, che aveva i suoi tromboni ben piazzati anche nell'Accademia di Pittura e di Scultura, continuava a professare la vecchia teoria che assegnava la superiorità alla pittura di figure e si teneva attaccata agli ultimi fasti del Barocco con i suoi trionfi di colori pastello, riccioli, volute e fiabe mitologiche che Tiepolo elargiva a piene mani senza più nemmeno crederci lui stesso. Per fortuna gli inglesi, più presi dalla razionalità di Newton che dalle teatrali messe in scena dei preti, intuirono nelle vedute ottiche di precisione del Canaletto la ricerca di una verità che si basava sullo stesso metodo della nuova scienza sperimentale , autonomo da ogni ipotesi filosofica o teologica.
Così Canaletto, vendendo soprattutto i suoi quadri ai facoltosi turisti del Grand Tour e tramite il console inglese a Venezia, Joseph Smith, che li smistava ai vari duca di Bedford, duca di Richmond, conte di Wicklow, conte di Carlisle, duca di Northumberland, poté vivere bene nonostante i rancorosi colleghi che lo ammisero all'Accademia solo nel 1763, a 66 anni, quando ormai non gliene mancavano che cinque alla morte.
A 49 anni partì per l'Inghilterra (dove rimase dieci anni), mentre il Bellotto, figlio di una sua sorella, a 26 anni emigrava a Dresda, dove, alla corte del re Augusto III di Sassonia, dipinse i suoi capolavori e spese quasi vent'anni della propria vita per andare poi a morire a Varsavia alla corte di Stanislao Augusto Poniatowski.
Ecco perché i quadri e i disegni più belli dei due vedutisti veneziani si trovano all'estero, in collezioni private e musei, da cui sono stati richiamati a Torino (in tutto un centinaio di lavori fra tele e carte) per la mostra di Palazzo Bricherasio che mette a confronto serrato zio e nipote nel tentativo di dissipare i dubbi attributivi che ancora restano su diverse opere risalenti al periodo in cui i due lavoravano fianco a fianco.
Non sono pochi i lavori ancora classificati sotto il nome di Canaletto che la curatrice Bozena Anna Kowalcyz propone di restituire al nipote e del resto lo stesso Bellotto (che era conosciuto in Germania come «il Canaletto ») non si era certo preoccupato di distinguersi dallo zio visto il successo di cui questi godeva: una delle due vedute di Torino dipinte per Carlo Emanuele III, per esempio, è firmata sia con il suo nome e cognome che con il soprannome «il Canaletto ». Certo, quando poi i due si separarono, nel 1743, la loro differenza si farà grande ed evidente, ma già negli esordi di Bellotto si possono scovare quegli indizi che diventeranno la sua cifra stilistica: in particolare quella sua predilezione per le ombre scure che lo faranno definire «l'ombra nera di Canaletto».
Se la Venezia del Canaletto, infatti, ha i toni luminosi di una festa galante, quella di Bellotto suscita emozioni più austere, come la musica di Bach in confronto a quella di Vivaldi. Nel giovane nipote non ci sono mai quel languore e quella febbre che in Canaletto svaporano nella dolcezza di un pomeriggio afoso o in un attimo frizzante di felicità. La luce del Bellotto è sempre fredda, come in un terso mattino in montagna dove i cieli sembrano orli di cristallo. L'intonazione, poi, dall'indefinibile qualità argentata, ha un che di malinconico, con quelle ombre profonde, bistrate, incise con la punta di legno del pennello per farne dei solchi neri dove la luce batte in modo irregolare e vibrante restituendo pesantezza, volume e spessore alle cose, quasi persino il loro odore.
Lontano dallo zio, la metamorfosi che Bellotto compie nella solitudine del Nord Europa, si fa poi totale, fino ad abbandonare la veduta da cartolina e come una farfalla che liberi le ali dalla sua crisalide, Bellotto allenta lo stile calligrafico e diligente per aprirsi a un fraseggio monumentale. Le grandi tele di Varsavia sono un corpo a corpo con la natura come lo ingaggeranno solo i francesi nell'Ottocento. Eppure, come già lo zio Canaletto fu assediato dal Barocco, così Bellotto lo sarà dal nuovo gusto neoclassico: lui che registrava solo ciò che vedeva verrà alla fine considerato inferiore rispetto ai pittori che davano priorità a fantasia e invenzione e finirà per trovarsi nella stessa situazione di Monet cent'anni dopo quando anche di lui Cézanne disse: «Non è che un occhio».
In un'Italia ancora in preda ai fremiti del barocco, la pittura scientifica di zio e nipote fece successo tra i viaggiatori del Nord. Ora un'esposizione mette a confronto il loro talento
Due visioni del Ponte di Rialto A sinistra il dipinto del Canaletto con i toni luminosi, a destra quello del nipote Bernardo Bellotto: la luce è più fredda e austera, frutto dei lunghi soggiorni nel Nord Europa.

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