lunedì 18 febbraio 2008

THARROS, SULLE TRACCE DEI FENICI

L’Unione Sarda 5 ott. ’07

THARROS, SULLE TRACCE DEI FENICI

Di Giancarlo Ghirra
È un bel salto indietro nel tempo, ma vale la pena di visitare quel che resta di
Tharros, alla ricerca delle radici di una Sardegna figlia di tante genti. Ne
vale la pena anche perché quel che resta dell'antica città fenicia, poi punica e
romana, è inserito in un contesto ambientale mozzafiato, sul promontorio di Capo
San Marco che chiude a Nord la penisola del Sinis, area protetta fra il Mare
vivo e il Mare morto (quello esposto al maestrale e quello interno al Golfo di
Oristano) per la sua originale bellezza.
TRE MILLENNI FA Correva l'ottavo secolo avanti Cristo, qualcosa come 2.800 anni
fa, quando i Fenici (dal greco phoenik, rosso), dopo essere sbarcati a Nora, più
a Sud, approdarono nel Sinis. Non erano dominatori in armi, come saranno i loro
successori, i Punici di Cartagine, o i Romani che conquistarono l'Isola nel 238
avanti Cristo. Erano viaggiatori e commercianti che, partendo dal Libano,
sbarcavano nei porti del Mediterraneo alla ricerca di merci, metalli, minerali,
prodotti della terra, sale. Offrivano in particolare le stoffe colorate con il
rosso porpora: da qui il loro nome. E amavano fondare le loro città in
promontori, stagni, lagune, isolette prospicienti la costa. «Nel Sinis, punto di
controllo strategico per le rotte marittime ma anche per la penetrazione verso
l'interno, attraverso il fiume Tirso, si sistemarono in un'area già frequentata
in età nuragica», spiega Carla del Vais, ricercatrice di Archeologia fenicio
punica all'Università di Cagliari e curatrice del Museo di Cabras. Ed eccoci su
una delle tre colline sulle quali sorge la città, quella di Murru Mannu (in
sardo grande muso) da cui si domina San Giovanni e gran parte della Penisola.
IL TOFET E LE NECROPOLI Resta ben poco della Tharros fenicia, e quel che resta è
legato prevalentemente all'ambito funerario e votivo: intanto le due necropoli
di Capo San Marco e di San Giovanni, all'interno del villaggio. Proprio
nell'area di Murru Mannu si trovava il tophet, «il tipico santuario fenicio-
punico a cielo aperto -spiega la dottoressa Del Vais- circondato da un recinto
sacro e contenente all'interno le urne con i resti ridotti in cenere dei bambini
e degli animali sacrificati. Difficile dire ancora oggi quale fosse la natura
del santuario tophet , se luogo di sacrificio di o necropoli destinata ai
bambini nati morti o a quelli deceduti prematuramente prima di aver subito un
rito di passaggio, qualcosa di paragonabile al battesimo dei cristiani».
ARRIVANO I PUNICI Nel V secolo prima di Cristo, poco prima del Cinquecento,
arrivano i cartaginesi, e Tharros diventa punica e monumentale, con la
costruzione di numerosi edifici. Intanto la città viene fortificata, cinta di
mura. E viene abitata, se è vero che si ritrovano numerosi resti di fusione del
ferro a opera di artigiani. In quest'epoca viene costruito uno dei centri di
culto più importanti, il Tempio delle Semicolonne Doriche, parzialmente
intagliato nella roccia e decorato da semicolonne scolpite in rilievo. Sono di
età punica, secondo gli archeologi, le tombe a camera visibili nell'area di Capo
San Marco, molto vicine in linea d'aria alla bella (e visitabile) Torre spagnola
di San Giovanni. In quelle tombe sono stati ritrovati tantissimi reperti,
presenti anche al British museum di Londra, che possiede una ricchissima
collezione di reperti scavati da archeologi, e spesso da tombaroli, a partire
dal 1830, alla ricerca soprattutto dei gioielli d'oro ritrovati nelle tombe.
IL DOMINIO ROMANO A partire dal 238 avanti Cristo la città continua a
espandersi, raggiungendo il massimo della crescita in età imperiale, nel III
secolo dopo Cristo, periodo al quale risalgono i più monumentali edifici
pubblici, caratterizzati dall'utilizzazione di laterizi e basalto, mentre in
precedenza i punici avevano fatto massicci ricorso all'arenaria. «In età
imperiale-spiega ancora Carla Del Vais- la città subisce i maggiori cambiamenti,
e un 'imponente risistemazione urbanistica, con il rifacimento del sistema
viario e l'organizzazione intorno alla strada principale, il cardo maximus , che
dall'area fortificata di Murru mannu porta verso i luoghi di culto e le terme.
Le strade vengono dotate di pavimentazione in basalto, proprio sopra lo strato
di roccia, e un sistema fognario garantisce lo smaltimento delle acque bianche».
Vengono edificati i tre impianti termali in laterizio a ai piedi della collina.
Dotati di spogliatoi, ambienti riscaldati e altri in cui ci si poteva fare bagni
freddi, due degli edifici termali, entrambi situati a ridosso del mare, sono
stati scavati negli Anni Cinquanta del Novecento dall'archeologo Gennaro Pesce.
Sono le cosiddette Terme n.1, nelle quali fu in seguito impiantato il battistero
paleocristiano, di cui ancora oggi si può vedere il fonte battesimale, e le
terme dette di Convento Vecchio, più monumentali delle precedenti.
Tra i templi romani quello che colpisce il visitatore moderno è senz'altro il
tempio tetrastilo sul mare, del quale due colonne restano ancora in piedi. Belle
a vedersi, presenti in numerose fotografie di Tharros, hanno un enorme difetto:
sono state costrtuite nel secolo scorso, intorno al 1960: un falso.
L'ACQUEDOTTO Camminando lungo i maggiori assi viari della città romana, il Cardo
Massimo e il Decumano Massimo è possibile vedere tracce delle antiche botteghe e
delle case che popolavano la città nel pieno del suo sviluppo. In età imperiale
sorse l'acquedotto, che proprio all'incrocio delle due strade principali
presenta un edificio definito dall'archoelogo Pesce Castellum aquae , una sorta
di deposito dell'acqua.
L'ABBANDONO NEL 1071 In età paleocristiana e altomedievale i principali edifici
romani subirono delle modifiche. «In particolare-spiega l'archeologa De Valis-
le terme numero 1 vennero trasformate in edificio basilicale, che da alcuni
considerato sede episcopale, la cosiddetta Ecclesia Sancti Marci, mentre le
terme numero 2 probabilmente cambirarono uso, cone fa ipotizzare la presenza di
sepolture di età bizantina. La decadenza, dovuta anche alle incursioni dei
saraceni, fu lenta ma inesorabile. La città fu abbandonata definitivamente nel
1071, quando la sede episcopale venne trasferita a Oristano». E da allora
Tharros è al centro degli studi di archeologi di tutto il mondo, sulle orme del
canonico Giovanni Spano, il primo che scavò nella necropoli a partire dal 1850.
L'ingresso agli scavi è possibile tutti i giorni dalle ore 9 alle 19 ( luce
permettendo) con il pagamento di un biglietto di 5 euro (dà diritto alla visita
anche del Museo di Cabras) ridotto a 4 per gruppi di oltre venti persone. Per
informazioni, si può telefonare al numero 0783370019, sito Internet
www.penisoladelsinis.it

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