venerdì 22 febbraio 2008

Quando le artiste dovevano pagare dazio

l’Unità 30.12.07
Quando le artiste dovevano pagare dazio
di Renato Barilli

L’ARTE DELLE DONNE documenta quattro secoli di pittura femminile, in un periodo nel quale la discriminazione impediva loro l’attività artistica: da Sofonisba Anguissola fino a Frida Khalo e Tamara De Lempicka

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la condizione umana è unica, dovunque e comunque venga manifestata, al di là delle differenze di sesso, di razza, di religione o altro. Non che sia indifferente recare i propri contributi dallo stato di uomo o di donna, o di ebreo o cristiano o maomettano. infatti sarebbe ugualmente pericoloso pretendere di annullare distinzioni del genere, che fanno tutt’uno con la personalità dei singoli, ma queste pur decisive modalità di essere non costituiscono di per sé il fine, l’oggetto dell’intervento culturale. Valgono in proposito certe similitudini offerteci dalla chimica, si pensi al ruolo enigmatico dei cosiddetti catalizzatori, che devono essere presenti, al compiersi delle grandi sintesi, per accelerarle o ritardarle, ma poi non se ne trova traccia nella composizione finale del prodotto. In parole povere, questo significa che non è indifferente giungere all’opera d’arte attraverso una sensibilità maschile o femminile, cristiana o ebraica, europea o asiatica, ma la si dovrà considerare come un coefficiente che facilita il compiersi di un certo processo; e tuttavia l’esito finale dovrà parlare a tutti, non restare appannaggio delle singole categorie da cui pure è venuto fuori.
Però, è anche vero che i fattori sociali ed economici hanno sempre agito potentemente di freno al darsi di questa ideale par condicio. Veniamo al tema che giustifica queste mie riflessioni di partenza, l’arte delle donne, che non per nulla è proprio il titolo di un’ampia mostra allestita al Palazzo Reale di Milano. Il lungo, secolare discrimine che ha pesato negativamente sulla condizione femminile in ogni aspetto dell’attività pubblica, professionale, si è fatto sentire non certo in misura più leggera per quanto riguarda l’arte, e dunque il numero delle donne artiste emerse, pur in un arco di grande sviluppo com’è stato quello dell’arte in Occidente, appare decisamente esiguo. In tal caso può essere lecito e utile aprire un dossier separato, mettere i paletti di un cordone doganale protettivo, agli sparuti apporti di questo settore di lavori, in modo da dargli un risalto particolare. Ma così come si mettono questi paletti protettivi, bisogna essere pronti a toglierli, non appena le condizioni di inferiorità vengano a cessare. Oggi la donna appare sempre più in grado di combattere ad armi pari con l’altro sesso, e dunque sarebbe fastidioso o addirittura dannoso mantenere le paratie stagne. Opportuno quindi il sottotitolo che delimita la mostra milanese, Dal Rinascimento al Surrealismo, cioè in sostanza dal Cinquecento alla metà del Novecento.
E anche nei quattro secoli circa di storia esaminati dalla rassegna si può notare un’accelerazione, nel senso che in partenza sono ben rari i casi di creatività al femminile coronati da successo, per il tardo Cinquecento non si va molto più in là di Sofonisba Anguissola e congiunte, o di Lavinia Fontana, per la quale scatta oltretutto un fattore che a quei tempi valeva a ridurre il peso discriminante a sfavore delle donne, la presenza di un genitore o di un nucleo familiare affermato. Il caso più alto di queste utili situazioni familiari lo si ha ai primi del Seicento tra un padre, Orazio Gentileschi, e una figlia, Artemisia, dove l’uno solleva l’altra ai migliori livelli. E anche la maturità della Scuola bolognese dà i suoi frutti, con Elisabetta Sirani, degna allieva dei Carracci e di Guido. Ma i casi recuperabili restano comunque rari, pur nel vasto ambito degli splendori dell’Occidente, anche se nel Settecento emergono le punte della Vigée Lebrun in Francia, e di Rosalba Carriera, a complemento della ricca situazione veneziana, mentre la prima delle rivoluzioni estetiche della contemporaneità, la sindrome tra Neoclassicismo e Romanticismo, ha la sua ninfa Egeria in Angelica Kauffmann. Anche nell’Ottocento trova conferma il fatto che solo là dove c’è maturità e ricchezza sociale, si aprono spazi agli apporti femminili, si vedano i casi di Berthe Morisot e di Mary Cassatt che entrano a far parte dell’Impressionismo, mentre nella più arretrata Italia, per tutto quel secolo, non riescono ad imporsi talenti di prim’ordine. La situazione si vivacizza con le avanguardie storiche, che non per niente hanno in genere nei loro programmi una revisione delle condizioni generali di vita, e come sempre è il nostro Futurismo a dare il giusto segnale, si veda il caso svettante di Benedetta, l’estrosa e dotata coniuge del capofila Marinetti. E c’è poi una ricca compagine presso le avanguardie sovietiche, dalla Gonciarova alla Exter. Ma è la larga condizione mentale dell’Espressionismo, a consentire una libera emersione dei talenti delle donne, che non solo pareggiano i conti con la controparte, ma talvolta vincono nei duetti stabiliti con i compagni di vita. La russa Werefkin appare più incisiva del coniuge Jawlenski, altrettanto si dica di Antonietta Raphaël nei confronti di Mario Mafai, la messicana Frida Kalho appare più acuminata e penetrante al confronto con Diego Rivera. Infine, proprio in occasione di una mostra al Palazzo Reale mi era già capitato di dire che Tamara De Lempicka batte ogni collega sul fronte del novecentismo. Man mano che si avanza verso l’oggi, gli apporti al femminile si infittiscono, infine, varcata la soglia del mezzo secolo, il cordone doganale non ha più molte ragioni di essere posto.

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