domenica 10 febbraio 2008

L’intima penombra dell’ultimo Tiziano

l’Unità 10.2.08
L’intima penombra dell’ultimo Tiziano
di Renato Barilli

GRANDI MOSTRE La rassegna veneziana celebra il maestro di Pieve di Cadore con una raccolta di dipinti degli ultimi 25 anni della sua vita. Un periodo in cui Il Vecellio predilisse le ambientazioni chiuse agli spazi aperti

Decisamente manca una buona programmazione, tra i vari eventi espositivi che costellano il nostro Paese, succede così che temi alquanto simili vengano affrontati in luoghi e in periodi di calendario assai vicini, invece di mantenere le opportune distanze. Un esempio clamoroso ci è fornito dal tema cosiddetto dell’ultimo Tiziano, affrontato sul finire dell’estate scorsa da Belluno, certo con la legittimità che veniva a quella provincia dal fatto di contenere la città natale dell’artista, Pieve di Cadore, coinvolta nella celebrazione. Ma in quell’occasione gli organizzatori hanno fatto molta fatica a procurarsi un numero apprezzabile di tele «ultime» del maestro, dovendo ricorrere ad opere meno autorevoli, di scuola o di incerta autografia. Pare incredibile che non fosse a loro conoscenza l’imminente arrivo di una rassegna assai più qualificata, sul medesimo periodo del grande Vecellio, e in una sede massimamente deputata quali le veneziane Gallerie dell’Accademia, che oltretutto si sono assicurate la collaborazione di un altro istituto maggiore, il Kunsthistorisches di Vienna, dove la mostra sarà trasferita dopo la tappa sulla Laguna. In questo caso, non c’è proprio nulla da desiderare, i capolavori tizianeschi figurano al gran completo, passeranno anni prima che si possa riproporre qualcosa di pari ricchezza.
Aprendo il catalogo, la Ferino-Pagden si chiede se sia davvero legittimo ragionare attorno a un «ultimo Tiziano», includendo nella periodizzazione all’incirca un quarto di secolo, dal 1550 fino alla morte dell’artista (1574). La sua risposta è affermativa, e anche il mio parere è assolutamente concorde, anche se beninteso l’intero percorso tizianesco si dà nel segno di una grande coerenza, riassumibile, questa, in una formula esatta per quanto scontata, quella che ne fa il massimo cultore del tonalismo. Ciò significa che tutte le sue composizioni, fin dai primi passi, sapevano magicamente realizzare il grande connubio, i corpi, pur maestosi, di prospere e gonfie anatomie, e gli oggetti risultavano immersi in ampi orizzonti, sotto la volta di cieli alti, spaziosi, ben ventilati. Un trattamento unico, in cui il colore, oltre a modellare la forma, ne indicava anche la collocazione nello spazio, incaricandosi di graduare sapientemente gli effetti atmosferici. Tutto mirabilmente orchestrato, fuso, controllato.
Che cosa succede, al Tiziano ultra-sessantenne, entrato appunto nella sua serena vecchiaia? Bisogna invocare gli acciacchi dell’età, la vista che diminuisce, la mano che trema? Certo è che l’artista, detto in termini attuali, si dà a ricorrere a zoomate successive, si approssima ai suoi temi, figure e ambienti, se li porta a breve distanza, forse perché l’occhio non domina più le grandi distanze, e la mano chiede un approccio di specie tattile, quasi da lasciar cadere il pennello e andare a dipingere con i polpastrelli, stabilendo un contatto diretto con le cose. Inoltre l’artista «da vecchio» sembra temere lo spazio aperto, la luce diurna, preferisce chiudersi in una stanza, amministrare una luce parca, endogena, prodotta da qualche torcia, da qualche fiamma, o addirittura nascente per fosforescenza dai materiali impiegati per rendere gli sfondi. Ed ecco il risultato miracoloso, così bene attestato dai capolavori qui riuniti, solo che a indicizzare tanta epifania risulta un po’ fatuo e generico il sottotitolo dato alla mirabile raccolta, «la sensualità della pittura», un’epigrafe che si adatterebbe a tanti altri pittori. Inoltre è distinzione solo di comodo quella che pretende di classificare a parte ritratti, temi sacri e temi mitologici, come se la ricetta pre-impressionista qui messa in opera non fosse unica.
Basterà andare a verificarla sul dipinto di più vaste proporzioni, quasi un quattro metri per quattro, che del resto è conservato proprio all’Accademia, la Pietà, che l’artista aveva eseguito per la sua tomba: dove i corpi, di Cristo, della Madonna, degli altri astanti, sono come sbocconcellati, frammentati, per meglio farli entrare nella nicchia del sacello, che li attende quasi come uno strato di sabbie mobili pronte a inghiottire la preda, ma intanto strani bagliori, quasi fuochi di S.Elmo, fiammelle spiritate, li illuminano di riflessi sinistri. Un altro capolavoro ben noto è quello dedicato al crudele scuoiamento di Marsia, colpevole di aver sfidato le ire del dio Apollo, ed è quasi un’opera simbolica della stessa modalità seguita dal Tiziano ultimo, che infatti fa delle azioni umane e dei dati ambientali come un tappeto continuo, un’epidermide illimitata, e poi si dà a scotennarla, come un indiano farebbe con gli scalpi, per poi andare a inchiodarla su una nuova superficie. Quanto alle Danai, che nude attendono di essere fecondate dalla pioggia di monete in cui si cela la libidine di Giove, esse affondano i loro corpi biancheggianti nella palude di coperte dozzinali, di giacigli apprestati per amori mercenari, mentre la pioggia di monete pare quasi un materializzarsi dei raggi di luce in densi granuli. Che «questo» Tiziano proceda per zoomate successive, lo si vede bene nel tema di Tarquinio e Lucrezia, affrontato più volte dall’artista, ma con riduzione progressiva delle distanze tra i due corpi, sempre più uniti nel rapporto omicida, affondanti insieme, carnefice e vittima, in un oscuro abisso.

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