venerdì 8 febbraio 2008

La strategia del feto

La strategia del feto

L'Unità del 8 febbraio 2008, pag. 1

di Chiara Valentini
Una quindicina d’anni fa Susan Faludi aveva intitolato «Contrattacco» un suo fortunato saggio, poi uscito anche nel nostro Paese, sulla grande manovra messa in atto da varie forze nell’America neoconservatrice di Bush padre per screditare le donne e la loro immagine e cercare di farle rientrare nei ranghi. Il programma non deve aver funzionato più di tanto, come il protagonismo di Hillary Clinton nella corsa per la Casa Bianca insegna. Eppure nell’Italia di oggi si è messo in moto qualcosa di ancora più grave e per certi aspetti paradossale. Perché è difficile non provare uno stupore ai limiti dell’incredulità di fronte al piano inclinato su cui sta scivolando la libertà delle italiane di decidere di se stesse e del proprio corpo, e in sostanza di esercitare pienamente i propri diritti di cittadinanza.

L’ultimo di una serie di attacchi iniziati con la legge 40 sulla fecondazione assistita è il documento di un gruppo di primari ginecologi romani, che affronta un tema delicato e difficile, quello dei cosidetti super prematuri, che escono dal corpo materno molto prima che il loro sviluppo sia compiuto, ma che in qualche raro caso possono restare vitali. Finora in Italia si era adottata la prassi di sottoporli alle cure di rianimazione dopo 24 settimane. Ma negli ultimi tempi, in seguito ai progressi scientifici in questo campo, la ministra della Salute Livia Turco aveva chiesto un parere a una commissione di esperti e all’Istituto superiore di Sanità.

Improvvisamente invece è comparso il documento romano. Giusto in coincidenza con la Giornata nazionale della vita solennemente celebrata da papa Ratzinger, vi si affermano due principi decisamente inediti. Il primo è che il feto che dà qualche segno di vita va rianimato comunque, anche se, come dicono gli esperti, intervenendo troppo presto aumentano i rischi di gravissimi handicap polmonari o cerebrali e della cecità. Il secondo e ancora più grave principio è che non serve il consenso della madre, e che anzi la rianimazione può essere fatta contro la sua volontà. È un’indicazione inaccettabile («una crudeltà insensata», l’ha definita Livia Turco), che diventa ancora più paradossale nei casi di aborto terapeutico, autorizzato dalla legge 194 quando ci sono gravi malformazioni del feto. Ma attenzione, siamo al punto cruciale. In questo modo i ginecologi romani, tutti rigorosamente obiettori, indicano una strada concreta per mettere finalmente le mani nella legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, svuotandone quel caposaldo che è l’autodeterminazione della donna.

È un’operazione che comincia a mostrare come la moratoria sull’aborto lanciata da Giuliano Ferrara e purtroppo accolta dal Vaticano, può riempirsi ancor prima del previsto di contenuti concreti.

Per ora sembra un brutto sogno, se si pensa con quanto equilibrio è stata costruita la legge 194, quanto è presente nelle sue norme quel senso del limite e insieme della flessibilità rispetto ai bisogni delle persone di cui parla Mary Warnock, la filosofa morale che ha elaborato per l’Inghilterra le norme etiche nel campo della riproduzione. Ma impoverire via via la 194, inchiodandola a norme costrittive e riducendo le donne a semplici contenitori, come è stato fatto con la legge sulla fecondazione assistita, appare come l’idea fuori dalla storia di forze religiose che sembrano avere perso il contatto in primo luogo con le loro fedeli.

Sono numerose le ricerche che mostrano come fra le utenti della provetta le cattoliche sono più di un terzo e non molto inferiore è la percentuale di quelle che abortiscono. Gli anticoncezionali poi sono usati dalla maggioranza delle coppie cattoliche. Tutti ricordiamo d’altra parte il tappeto di preservativi che veniva trovato la mattina dopo, sugli spiazzi dove avevano dormito nei loro sacchi a pelo i papa boys. Mentre le condanne sempre più insistenti nei confronti della pillola del giorno dopo hanno avuto come solo effetto di far crescere in misura consistente i medici del servizio pubblico che si rifiutano di prescriverla. E intanto schiere di ragazze, soprattutto il sabato sera, sono costrette a vere e proprie odissee per riuscire a procurarsela.

Non è facile farsi una ragione del perché le italiane, credenti e non, sono spinte in misura crescente a diventare «le donne con la valigia», come vengono definite nelle cliniche spagnole, belghe o svizzere dove si pratica una fecondazione assistita meno punitiva e pericolosa della nostra. Perché uniche in Europa non possono interrompere una gravidanza con l’aborto chimico della pillola RU486, a cui il Ministero della Sanità sembrava aver aperto le porte, ma che con la caduta del governo è di nuovo esposta ai fulmini teodem della senatrice Binetti. Manca ancora il parere dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, e già le lobby cattoliche dichiarano battaglia.

Di «ondata neoguelfa che sta scuotendo il paese» parla il giurista Aldo Schiavone, riferendosi alla debolezza che dimostrano la maggior parte dei partiti italiani nei confronti dei diktat della Chiesa e perfino delle campagne degli atei devoti. Stefano Rodotà invece osserva che le donne sono sparite da queste discussioni in quanto soggetti, diventando semplicemente gli oggetti di politiche regressive. E mentre il Corriere della Sera lamenta con una buona dose di ipocrisia «il silenzio delle femministe» (ma intanto a Roma, sabato prossimo alle 14 a piazzale Ostiense, è prevista una manifestazione contro l’attacco alla 194) prende la parola proprio partendo da se stessa una scrittrice cult dei giovani come Valeria Parrella. In un breve romanzo in buona parte autobiografico, Spazio bianco (Einaudi), Parrella racconta la sua drammatica esperienza di madre sconvolta per la nascita di una bimba prematura, che passa tre mesi attaccata all’incubatrice della figlia, con i medici non vogliono o non possono dirle se e come ne uscirà, con quali handicap. È il ritratto di una passione materna sullo sfondo di un sistema ospedaliero burocratico e approssimativo, molto lontano dal poter praticare le sofisticate terapie prenatali che richiederebbero le nuove tendenze. E dove le donne sono costrette a scegliere senza sapere nulla di quel che le aspetta. Forse è su queste realtà che i primari ginecologi romani potrebbero applicarsi in modo più utile.

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