venerdì 1 febbraio 2008

Fu un pioniere della maniera moderna Quel dettaglio capriccioso copiato dalla reggia di Nerone

La Repubblica 1.2.08
Fu un pioniere della maniera moderna Quel dettaglio capriccioso copiato dalla reggia di Nerone
di Antonio Pinelli

Mentre Perugino curava la geometria prospettica, Bernardino privilegiava l´effusione narrativa e la ricchezza dell´ornato
Alla rassegna allestitaa Palazzo dei Priori s´affiancano altri eventi lungo un itinerarioche tocca vari centrida Città di Castello a Spoleto, da Orvietoa Spello, dove si può ammirare la "Cappella Bella"
Fu il capofila della schiera degli "antiquari sfegatati" che sul Colle Oppio avevano l´abitudine di calarsi con le corde fino alla Domus Aurea

Replicando la fortunata formula policentrica sperimentata quattro anni fa con il kolossal espositivo dedicato al Perugino, l´Umbria celebra l´altro suo insigne maestro rinascimentale, Bernardino di Betto detto il Pintoricchio, con una grande mostra in Palazzo dei Priori, cui si affiancano un ghiotto "pacchetto" di eventi collaterali, lungo un itinerario che tocca vari centri della regione, dalla stessa Perugia a Città di Castello, da Trevi a Spoleto, da Orvieto a Spello, cittadina quest´ultima in cui si può ammirare il più genuino capolavoro del pittore in affresco: la Cappella Baglioni, altrimenti detta la "Cappella Bella".
Se Vasari non fu tenero con il Perugino, sottolineandone impietosamente il malinconico declino negli ultimi decenni di carriera, con Pintoricchio fu addirittura sprezzante, dichiarando che l´indubbio successo di cui godette in vita fu dovuto più alla "fortuna" che al "talento", e additandolo, in buona sostanza, come l´emblematico esponente di una cultura figurativa attardata, che si opponeva goffamente alle magnifiche e progressive sorti della "maniera moderna". Il più vistoso segnale di questo conservatorismo era, secondo Vasari, la gran quantità di ornati a rilievo in stucco dorato, disseminata da Pintoricchio nei suoi dipinti: «Usò molto di fare alle sue pitture ornamenti di rilievo messi d´oro, per sodisfare alle persone che poco di quell´arte intendevano, acciò avessono maggior lustro e veduta; il che è cosa goffissima nella pittura».
La condanna vasariana ha marchiato a fuoco la fortuna postuma del maestro umbro, condizionandone negativamente l´interpretazione e provocando un sostanziale misconoscimento del suo peculiare ruolo storico, che l´odierna mostra si propone giustamente di correggere. Ma in cosa aveva ragione Vasari, e in cosa aveva torto? Il suo punto di vista è quello di un artista che ha ormai alle spalle le formidabili conquiste espressive messe a segno da Bramante, Leonardo, Raffaello e Michelangelo, i quattro pilastri su cui si basa il grandioso edificio della "maniera moderna". Da questa angolazione, è naturale che Vasari considerasse gli ornati pintoricchieschi come una concessione al gusto di committenti ancora attratti dal fulgore degli ori e dalla tridimensionalità dello stucco: un pittore "moderno" non punta sull´intrinseco pregio né sul connaturato rilievo dei materiali che usa, ma sulla capacità di simulare l´uno e l´altro con la sua sapiente tavolozza, ricca solo di "poveri" colori.
Ha dunque ragione Vasari nel bollare Pintoricchio come un artista al tempo stesso attardato e compiacente, che lusinga il suo pubblico con un repertorio ornamentale nostalgico delle lussuose pastiglie e dei fondi oro cari al Gotico cortese? Sì e no, perché se è vero che nell´abbondante vena aneddotica del maestro umbro e nel suo gusto per le acconciature azzimate e gli ornati lucenti sembra rivivere lo spirito sontuosamente profano del Gotico Internazionale, è altrettanto vero che quelle stesse caratteristiche e soprattutto la profusione dell´oro e il ricorso allo stucco sono la spia di una "novità", che qualifica Pintoricchio come un artista all´avanguardia per la sua epoca. Quegli stucchi e quegli ori, infatti, egli li aveva potuti ammirare calandosi perigliosamente con le corde dai pertugi che, sul Colle Oppio, traforavano le volte delle sale, ancora interamente sepolte, della Domus Aurea. Egli infatti fu il capofila di quegli "antiquari sfegatati", per usare una colorita espressione coniata da Longhi, che lasciarono le loro firme graffite sugli umidi muri della reggia di Nerone, copiando al lume delle torce quegli esili ornati architettonici, brulicanti di lievi e fantasiose creature dipinte in punta di pennello, per poi rievocarle nelle loro tavole e nei loro affreschi "anticamente moderni".
In altri termini, Pintoricchio fu il primo e tra i più prolifici creatori della civiltà figurativa della «grottesca» (da «grotte», perché così erano denominate le sale interrate della Domus Aurea), e come tale può essere anch´egli a giusto titolo considerato un pioniere della "maniera moderna". Proprio come il Perugino, anche se su versanti diversi se non addirittura opposti. Mentre quest´ultimo si applicava infatti a questioni di carattere più strutturale, quali la saldezza plastica delle forme, la geometria prospettica e la sobria euritmia compositiva, Pintoricchio privilegiava l´effusione narrativa, la ricchezza e varietà dell´ornato, il gusto del dettaglio capriccioso, in linea con quella formazione in una bottega da miniatore che sembra davvero averlo marchiato in profondità, determinandone, oltre alla pennellata, fitta e minuta, la vivida nitidezza ottica e la straripante vena ornamentale della sua pittura.
Nato a Perugia intorno al 1455, Bernardino entrò nell´orbita di Bartolomeo Caporali e del suo fratello miniatore, Giapeco. Allora Perugia non era la Firenze di Verrocchio e Pollaiolo, dove si formò Perugino, ma la presenza di artisti del calibro di Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, Giovanni Boccati e Domenico Veneziano ne faceva un crocevia tutt´altro che tagliato fuori dalle correnti più aggiornate.
Gli esordi del Pintoricchio, come del resto quelli del Perugino, sono tuttora alquanto oscuri e discussi.
All´inizio degli anni Ottanta, tuttavia, sia Perugino che Pintoricchio sono pittori affermati, tanto che il primo ha un ruolo di capofila e il secondo collabora con lui, ma in modo sostanzialmente autonomo, nella straordinaria decorazione che si dispiega sulle pareti della Cappella Sistina in Vaticano. Pintoricchio ha assimilato la lezione formale del Perugino, ma la declina a modo suo, popolando le composizioni di spiranti ritratti di contemporanei che esibiscono in pose compiaciute abiti sontuosi di impeccabile eleganza sartoriale, e rappresentando paesaggi brulicanti di dirupi muschiosi, rami spezzati, fogliami stormenti e picchiettati dai raggi di luce. È la cifra stilistica, che addizionata dall´esuberante germinazione di grottesche ornamentali esemplate sull´antico, assicurerà per due decenni la supremazia romana del Pintoricchio, capofila capace di amalgamare sotto la sua regìa un variegato e folto drappello di pittori convenuti da ogni dove, per allietare con cicli decorativi le pareti della Villa del Belvedere e degli Appartamenti Borgia in Vaticano, per non dire delle cappelle e dei palazzi di Roma e dintorni.
Nel frattempo Perugino domina la scena a Firenze e a Perugia, dove Pintoricchio tenta di giocare le sue carte ma con scarsa fortuna, a dispetto di capolavori come la spettacolosa macchina decorativa della pala di Santa Maria dei Fossi e l´acuto della "Cappella Bella" a Spello. Ma l´appoggio dei Borgia non basta: Perugino, che in questi anni a cavallo del secolo è legittimamente riconosciuto come il più alto esponente della "maniera moderna", gli fa terra bruciata intorno. Pintoricchio, però, ha ancora delle carte da giocare e troverà a Siena, città incline da sempre alle forbite e cesellate eleganze, il terreno congeniale per far attecchire la propria versione, più fantasiosa e fulgente, delle novità rinascimentali, riuscendo a portare a termine nella Libreria Piccolomini in Duomo un ultimo, strepitoso ciclo figurativo, nel quale si prenderà anche la soddisfazione di trarre profitto dalla collaborazione di un giovane allievo del suo rivale, dotato di un talento straripante: Raffaello.

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