mercoledì 16 gennaio 2008

Io Herzog terzino destro del cinema

l’Unità 16.1.08
Io Herzog terzino destro del cinema
di Dario Zonta

CINEMA Il grande regista è a Torino il cui Museo del cinema gli ha dedicato una retrospettiva globale. Sempre simpatico e intelligente, Herzog parla volentieri della sua passione per Franco Baresi, difensore che sa intuire lo spazio di gioco oltre la palla...

Ascoltare Werner Herzog è sorprendente come vedere i suoi film. Ne abbiamo avuto conferma durante l’incontro tenutosi a Torino in occasione della presentazione alla stampa della retrospettiva «Segni di vita. Werner Herzog e il cinema», un evento importante che raccoglie per la prima volta, tutti i suoi film, 52 in 45 anni di carriera. Il regista tedesco ha regalato all’uditorio quasi un’ora di libera ed entusiasmante conversazione sui temi dell’arte, del cinema, della musica, della filosofia... Quell’universo immaginifico e reale che gira intorno alla sua esperienza di cineasta. Con un inglese teutonico, a volte buffo, ma con la profondità di un filosofo tedesco, Herzog ha ripetuto con le sue parole il gesto che lo ha reso regista e incantatore.
Per spiegare in parte il segreto della sua formula, il perché le sue immagini sembrano «mai viste così», si è lanciato in una metafora calcistica: «Mi piace dei calciatori la comprensione dello spazio, anche quando non giocano la palla. Il migliore in questo senso era Franco Baresi, il senso della posizione e dello spazio, il muoversi e cercare la posizione giusta». Un inedito e sornione, «Herzog esperto di calcio» ci regala una metafora lampante del suo cinema. Il campo di calcio è il mondo delle immagini, ma il suo cinema non segue la palla (come fa l’altro cinema), bensì il giocatore che l’attende, quell’uno che studia lo spazio, «solo» ma con una visione.
I film di Herzog, dagli esordi di Segni di vita fino all’ultimissimo Incontri alla fine del mondo, sono una continua estatica scoperta del mondo e dei suoi personaggi visti attraverso un’ottica inconsueta, un punto di vista originale. Al proposito Herzog ha teorie illuminanti, allorquando dice che «esiste una visione collettiva inconscia. È come se ci fossero immagini in ognuno di noi. Il cinema come la pittura è in grado, a volte, di attivarle. Ad esempio, la Cappella Sistina di Michelangelo ha svelato a tutti noi un pathos prima sconosciuto. Michelangelo l’ha reso visibile ad ognuno di noi. La scoperta di una visione collettiva è il cinema, quando è grande».
E non a caso l’estasi è uno dei concetti più approfonditi dal regista tedesco. Allora vengono in mente le sue tante immagini che hanno cercato di riprodurre l’estasi, che hanno portato la percezione della visione un passo oltre il visibile. In uno dei suoi documentari, La grande estasi dell’intagliatore Steiner, storia del campione di salto con gli sci Walter Steiner, Herzog cerca di soppesare l’invisibile rallentando fino a trentacinque volte quel volo. Ma inane è il tentativo di mostrare l’invisibile.
Ma con quali strumenti Herzog cerca di estrapolare la trasparenza e il sublime? Le ottiche non sono sufficienti, come anche i ralentì, «ci vuole la musica e la letteratura. Di questo omaggio a me dedicato - afferma Herzog - la cosa più segreta e bella è il cine-concerto che si terrà al Piccolo Regio. Per l’occasione ho montato nuove sequenze da L’ignoto spazio profondo e Il diamante bianco, proiettate insieme alle musiche dal vivo eseguite dall’ensemble formato dal violoncellista olandese Ernst Reijseger, dal cantante senegalese Mola Sylla e dal quintetto di voci sarde Tenore e Cuncordu de Orosei». Questa esperienza cine musicale, che avrà per titolo Requiem For a Dying Placet, promette di essere una delle sorprese di questo evento. L’altra è stata la proiezione in anteprima italiana di Incontri alla fine del mondo. Ne abbiamo parlato qualche settimana fa su queste colonne, dando cronaca della proiezione tenutasi ad Amsterdam. È l’ultima fatica di Herzog che ha raggiunto il Polo Sud per filmare la comunità di ricercatori, scienziati e avventurieri che abita la remota stazione McMurdo, nei pressi di Ross Island, in Antartica. Con questo film Herzog completa la sua «missione» romantica di toccare ogni parte del globo (anche lo spazio profondo e i mari sotto la calotta), ma «non c’è niente di romantico all’Antartico - risponde Herzog -, il romanticismo era al tempo delle prime spedizioni. Ora alla base McMurdo, data in appalto a una società da Pentagono, ci sono le stanze per fare yoga e il bancomat». Ma non è certo andato al termine della notte per scoprire il ripetersi della civiltà in condizioni estreme, bensì per mostrare, anche, il suicidio di un pinguino che corre verso i monti anziché in mare, il suicidio del mondo. «Il film dice, io dico, che l’uomo sarà la prossima catastrofe nel mondo. Scomparirà, come le lingue cha ha prodotto. Uno dei personaggi, un linguista scappato al Polo, ci dice che nell’arco della vita biologica di un uomo scompaiono il 90% delle lingue del mondo. Capite quanto sia scioccante questa rivelazione». Non sembri che Herzog sia un cupo indagatore delle tristi sorti del mondo, Incontri è anche un film tremendamente divertente e ironico, come il suo regista. Che, per il suo prossimo lavoro, annuncia mete più abbordabili: «Parigi o Londra».

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