lunedì 7 gennaio 2008

In principio era l’Eden. Ma a quale longitudine?

l'Unità 7.1.08
In principio era l’Eden. Ma a quale longitudine?
di Franco Farinelli

È S. Agostino il primo a dire che il Paradiso perduto era un vero e proprio giardino recintato con alberi e animali

Per molti è a oriente. Per altri, tra loro anche Dante, è all’Equatore perché laggiù, sostengono, il clima è temperato

Proprio la paradossale impresa di segnare sulle carte un posto che non è di questa Terra ha giustificato la riduzione a mappa della Terra intera

RELIGIONE&GEOGRAFIA Fino all’età moderna il Paradiso appariva sulle mappe. Colombo, giunto all’Oronoco, lo scambiò per un fiume dell’Eden. Un saggio esplora il ruolo potentissimo che questo mito ha avuto nella nostra idea dello spazio

Non fosse per Sant’Agostino forse non saremmo ancora oggi a parlare del paradiso, e di certo Alessandro Scafi non avrebbe scritto un libro (Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell’Eden, Milano, Bruno Mondadori, 2007, 58 euro) vasto e straordinario, dotto e insieme affilato. All’inizio vi era, nella Bibbia, un ambiguo termine ebraico, miqedem. Nella sua Vulgata, traduzione latina autorevole e canonica cui fece ricorso per tutto il Medioevo l’Occidente cristiano, San Girolamo lo rende in termini temporali, con l’espressione «fin dal principio». Al contrario le altre versioni, da quella dei Settanta alla Bibbia di Gerusalemme, sostituiscono al significato temporale quello spaziale: «a oriente». In ogni caso il termine in questione si riferisce, nella Genesi, al Paradiso, il parco irrigato, fiorito e alberato, popolato da animali e circondato da un muro, dove il Signore pose l’uomo perché lo coltivasse e ne fosse il custode, con tutto quel che tragicamente ne seguì. Fu proprio Agostino ad insistere per l’interpretazione letterale e non allegorica del racconto, pretendendo che Adamo, creatura in carne ed ossa, fosse posto in un giardino altrettanto materiale, all’interno di qualcosa che come tutte le cose concrete dovesse perciò far parte del mondo fisico, dunque trovar posto su una mappa, vale a dire all’interno dell’immagine senza la quale (se soltanto si riflette un momento) la stessa idea di mondo come qualcosa di unitario, coerente ed omogeneo difficilmente potrebbe esistere - ma quest’ultima è l’idea soltanto di chi scrive, che però la storia della raffigurazione cartografica del paradiso contribuisce non poco a render plausibile. Di più: proprio la paradossale impresa di segnare sulle carte della Terra un posto che non è di questa Terra ha giustificato la riduzione a mappa della Terra intera, quasi che nello stesso paradiso, veicolo e agente di tale riduzione in quanto ricettacolo dell’albero della conoscenza, si celasse il mistero dei misteri conoscitivi, quello appunto dell’equivalenza tra il mondo e l’immagine cartografica del mondo. Come scriveva nella prima metà del XII secolo Ugo di San Vittore: «Tutto il mondo sensibile è come una specie di libro scritto dal dito di Dio». Per Ugo, autore di una celebre Descriptio mappae mundi, il libro per eccellenza era una mappa. Anni fa Hans Blumenberg attirava l’attenzione sull’ignorata metafora del volume, facendo notare come alla base del grande racconto moderno sulla natura come evoluzione altro non fosse che il modello dello svolgimento (evolutio) del rotolo di cui il volume in questione (la forma del libro almeno fino al primo secolo della nostra era) si componeva, prima di venir sostituito dal codice, l’insieme dei fogli disposti non più l’uno in fila all’altro ma l’uno sull’altro, come tuttora siamo abituati. E Blumenberg concludeva mettendo in risalto come ciò che dal punto di vista linguistico era vicino nei fatti fosse, se riferito all’intervallo tra Darwin e i giorni nostri, immensamente lontano. A maggior ragione, e non soltanto nel caso del paradiso, il discorso vale per l’influenza esercitata dalle mappe e dalla loro forma per l’immagine del mondo che ancora oggi è la nostra.
Tanto per cominciare, a differenza che nel linguaggio su una carta geografica l’ambiguità del termine da cui siamo partiti non esiste: l’inizio e l’oriente possono benissimo essere la stessa cosa, e infatti quasi fino al Duecento e con pochissime eccezioni tutte le mappe cristiane del mondo, da quelle minuscole che illustrano i commentari ai testi classici a quelle enormi che ornano le pareti delle chiese, mostrano l’oriente in alto e il giardino dell’Eden al culmine della figura o quasi. E la coincidenza cartografica tra termine temporale e ubicazione comporta che per tutto il Medio Evo o quasi ogni mappa fosse un sistema in grado di raffigurare insieme, proprio in virtù della presenza del paradiso, non soltanto spazio e tempo ma passato, presente e futuro, poiché non si limitava all’inventario di quel che esisteva, ma rappresentava la complessiva natura del reale e allo stesso tempo ne dettava la prognosi, che consisteva nel messaggio universale del cristianesimo, cioè nel piano divino della salvazione dell’umanità. E tutto ciò, credenti o non credenti che si sia, condiziona ancora adesso in maniera potente ed inavvertita, cioè a nostra insaputa, il nostro rapporto con il mondo, perché ancora ne determina clandestinamente i meccanismi più profondi.
Si consideri ad esempio quel che era il gigantesco mappamondo di Erbstorf, così come possiamo apprezzarlo nel facsimile realizzato prima della sua distruzione, avvenuta nel 1943 durante i bombardamenti alleati su Hannover: un grande Cristo, la cui testa è proprio accanto alla vignetta che descrive il paradiso e mostra la scena della tentazione diabolica, confonde il proprio corpo con quello circolare della Terra che abbraccia, in maniera da rendere l’immagine di quest’ultima un’immane ostia. Il mappamondo in questione venne realizzato tra il 1235 e il 1240, ben dopo la feroce polemica che quasi due secoli prima aveva opposto Berengario di Tours alla Chiesa di Roma a proposito della reale presenza sull’altare, durante la messa e dopo la consacrazione, del vero corpo e del vero sangue di Gesù. A differenza che per il Papa, secondo Berengario tale presenza restava soltanto simbolica. Di conseguenza la diffusione nelle chiese della cristianità di mappamondi come quello di Erbstorf significava, dopo la disputa eucaristica, un evidente trasferimento: così come l’ostia diventa, in virtù del «sacramento dei sacramenti», il vero corpo di Cristo, allo stesso modo la mappa si muta nel vero corpo della Terra. Come spiegare, altrimenti, la cieca fiducia nelle mappe che è il tratto distintivo e specifico dell’intera modernità, fiducia che per noi è abito comune e fin qui irriflesso? Proprio perché il primo ad affidarsi interamente alla carta, Colombo, è il primo dei viaggiatori moderni. Ma per Colombo quest’ultima restava consapevolmente una vera e propria profezia, così come per tutto il Medio Evo essa era stata - ed è questo il vero motivo per cui per un momento, di fronte all’immensa acqua dolce della foce dell’Orinoco, Colombo arrivò persino a pensare di esser giunto in prossimità dei quattro grandi fiumi dell’Eden.
Proprio la scomparsa del paradiso dalle carte segna in epoca moderna la fine della coscienza circa la natura di prognosi se non profetica dell’immagine geografica, che anche per noi, molto più sprovveduti nei suoi confronti degli uomini e delle donne medievali, continua a prefigurare quel che accadrà, anche se crediamo che essa si limita invece a registrare semplicemente quel che c’è. Per Agostino la localizzazione dell’Eden restava indeterminata, da qualche parte verso oriente. Ma quasi mille anni dopo Duns Scoto, all’inizio del Trecento, faceva notare che, essendo la Terra una sfera, «oriente» non corrisponde a nessun significato assoluto, sicché il paradiso può stare, come l’oriente, ovunque. Nel frattempo già altri (come Dante) ne avevano proposto l’ubicazione, sulla scorta dell’autorità di Tolomeo ed Avicenna, su una montagna verso l’equatore, a motivo del carattere temperato del clima che si credeva potesse esservi. Per altri ancora, altezza per altezza, esso addirittura raggiungeva la Luna, e in ogni caso Duns Scoto fu preso in parola, nel senso che da allora l’Eden venne situato in tutti i posti immaginabili: in India, a Ceylon, nel Kashmir, in Cina, in Armenia, in Siria, in Persia, a Babilonia, in Tartaria, alle sorgenti del Nilo, in Palestina, sulle Alpi, nel Mar Caspio, in America, nella Terra del Fuoco, ai poli, sotto terra, sotto gli oceani, ovunque. Ma la mossa decisiva al riguardo fu quella compiuta da Fra Mauro, il monaco veneziano che nel silenzio del monastero camaldolese di San Michele a Murano completò verso la metà del Quattrocento il colorato mappamondo che segna in maniera icastica il transito dall’immagine medievale a quella moderna del mondo, e non soltanto perché combina idee tratte dalla Geografia di Tolomeo con i dati ricavati dalla cartografia nautica e i resoconti di viaggio. Il passaggio decisivo che stabilisce l’inaudita novità del suo modello consiste appunto in questo: per la prima volta il paradiso viene messo all’angolo, nel senso che pur restando sulla carta cioè nel disegno, cade fuori dal circuito che segna il confine dell’immagine terrestre, subisce insomma lo stesso castigo che già Dio aveva inflitto ad Adamo ed Eva cacciandoli dall’Eden stesso. E la novità sta nel fatto che in tal modo, con l’espulsione dell’avvenimento originario per l’umanità dalla figura terrestre, quest’ultima non può accogliere più al proprio interno, come prima accadeva, ambiti che sono allo stesso tempo eventi, ma la dimensione temporale (il saeculum) della realtà e quella spaziale ( il mundus) per la prima volta risultano sistematicamente distinte, sicché la prima sulla mappe di norma non compare più, e la seconda resta finalmente padrona del campo, per affermarsi esattamente nella forma tolemaica cioè geometrica che ha corrisposto alla costruzione del Nuovo Mondo, del mondo in cui viviamo.
Se la cacciata della prima coppia dall’Eden aveva segnato l’inizio della storia, quella dell’Eden dalle mappe stabilisce in tal modo l’inizio di quel che in Occidente ancora si chiama geografia. Al cui interno, così come nei bisogni e nelle aspirazioni di tutti i discendenti di Adamo ed Eva, il paradiso tuttavia ancora esiste, nella forma di ciò di cui evidentemente il paradiso è stato archetipo e prototipo. Prima di sparire definitivamente dai mappamondi, l’Eden si ridusse ad una minuscola, residua traccia, quello dell’ultimo dei fiumi che da esso prendono origine. Oggi invece al paradiso non corrisponde più nessun segno materiale, bensì un modello immateriale che tutti abbiamo in testa, l’unico che, almeno per il momento riusciamo ad opporre a quello di spazio, messo in crisi dalla congiunta applicazione della cibernetica, della telematica e dell’informatica al funzionamento del mondo: l’idea di luogo, di quell’ambito cioè che come ha spiegato Doreen Massey non si conosce se non lo si abita all’interno, se non ci si sta dentro. Ovvero, appunto parafrasando quel che Proust scriveva a proposito del paradiso, quel posto che chiamiamo vero e unico soltanto perché lo abbiamo perduto, e continuiamo a cercarlo.

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