mercoledì 14 maggio 2008

Democrazia senza Sacro

Corriere della Sera 14.6.07
Parla Julien Ries, massimo esperto di riti e simboli, mentre esce il suo libro dedicato a religione e politica
Democrazia senza Sacro
«Escludere i miti è un'illusione laica E ogni partito resta una Chiesa
di Armando Torno

Julien Ries è uno dei più autorevoli antropologi del sacro del nostro tempo. Come nessun altro ha studiato le connessioni tra religione e politica, tra simboli e realtà. Incontrarlo — ora che la Jaca Book ha avviato l'Opera omnia in 11 grossi tomi — significa chiedersi quali scenari si apriranno nel terzo millennio. Il lungo magistero all'Università di Lovanio e il servizio sacerdotale, che mai ha tralasciato, hanno reso i suoi discorsi essenziali. Parla come chi ha conosciuto troppe cose, pesando frasi e sillabe, senza preoccuparsi di essere dolce o riverente con le idee che consentono ai salotti televisivi di tirare avanti. Comincia: «Il sacro è come l'amore, la politica invece assomiglia al cibo. Ma senza il sacro sarebbe difficile pensare o capire le ragioni ultime della politica. Gli osservatori acuti sanno che ogni intuizione politica è in parte nata da un'idea teologica». E ancora: «Ogni forma politica ha bisogno di sacro — dimensione dell'uomo che entra continuamente nel gioco della storia — o sparisce. E chi tende a escluderlo si illude, perché lo trasforma. Non possiamo vivere senza riti, senza simboli e senza miti, così come non riusciamo senza gli altri. Ogni partito politico è simile a una piccola Chiesa».
Non ce la sentiamo di replicare. Di certo, sfogliando il volume da poco in libreria, L'uomo e il sacro nella storia dell'umanità (Jaca Book), è inevitabile chiedergli qualcosa intorno alla democrazia, idea diventata per il mondo contemporaneo punto di riferimento assoluto. Sorride, non si fa pregare: «La democrazia, per realizzarsi, tende a eliminare il sacro. O meglio, si potrebbe dire che questa nobile forma di governo è un tentativo di sostituirlo con idee e progetti che mirano al bene comune. Ma, così facendo, la storia insegna che può creare un vuoto, il quale — lo ripeto — si colma con altre forme (a volte imprevedibili) di sacro. D'altro canto, non dimentichi che i totalitarismi del XX secolo, nati intorno a figure quali Mussolini, Hitler o Stalin, hanno compiuto un percorso inverso cercando di risacralizzare il potere per dotare di maggiore autorità le loro azioni: per questo hanno cancellato i rapporti democratici». Una pausa. Poi continua: «È una storia che si perde nei tempi e che si comincia a osservare negli antichi regni dei sumeri o degli egizi, dove c'era una connessione stretta tra politica e sacro; in Grecia, invece, il rapporto salta e la politica diventa laica. L'uomo, però, non è mai riuscito a dimenticare il sacro. Eliminato da una parte, si presenta dall'altra e anche oggi fa sentire il suo peso. Pensi a quanto è successo nella recente campagna elettorale in Francia per la corsa all'Eliseo: entrambi i candidati, dopo aver sottolineato il loro laicismo, hanno sentito il bisogno di spiegare quale posizione avessero con la religione. E anche in Italia non è possibile fare politica ignorando le questioni religiose».
Le pause di Julien Ries sono micidiali. Sembrano i silenzi dei vecchi capitani di nave, dinanzi ai quali si può solo rispondere con altri silenzi. Dovete aspettare che il comandante riprenda il discorso, quasi fosse un vento favorevole. «Perché è difficile da spiegare questa connessione tra politica e sacro?», prosegue il maestro di Lovanio. Si risponde: «Forse perché l'homo religiosus (nacque quando comparvero le tombe) fece la sua apparizione poco meno di 100 mila anni prima dell'homo politicus, che divenne tale con la scrittura. Noi, per dirla in breve, siamo gli eredi di quest'ultimo homo e anche di una serie di problemi legati al sacro che per decine di millenni sono rimasti aperti». Sembra quasi che Ries voglia condurci per mano in una dimensione dove i nostri antenati hanno lottato per dimenticare, nella quale le grandi ierofanie — le manifestazioni del sacro — hanno condizionato la vita e posto un'ipoteca sul futuro. Noi che ci crediamo democratici e laici forse non abbiamo ancora concluso l'antica guerra con i misteri che ci avvolgono. Il maestro di Lovanio continua: «La politica vive di simboli: dall'inno nazionale al distintivo che si mette all'occhiello. Ma ogni simbolo altro non cerca di essere che la rivelazione di un mistero. Per questo le dittature li hanno moltiplicati». E ancora: «Hitler pensò innanzitutto a un riferimento forte. La svastica è stata forse la più grande sovversione simbolica della storia: è la potenza del sole che viene trasformata nella potenza del Führer. Ma anche la falce e il martello, che rappresentano i miti del marxismo, sono simboli formidabili. Il denaro, invece, è l'immagine del liberalismo; vale a dire, è il tentativo di rendere acquistabile e disponibile la realtà con un mezzo che si è trasformato in qualcosa di sacro».
Con Ries si desiderano affrontare anche le questioni aperte che caratterizzano la vita contemporanea. Per questo ci sfugge una domanda che si allontana dalle precedenti, ma che comunque riguarda un diffuso problema della nostra realtà sociale: «E la droga?». Non lascia passare nemmeno un secondo: «È un sostituto del sacro». Poi aggiunge, quasi a precisazione: «L'uomo di oggi cerca il simbolo, ma bisogna ammettere che non riesce a riconoscerlo. Lo confonde, lo immagina, lo scambia con altro. E continua a cadere in contraddizioni: parla ancora e sempre di nazismo e comunismo, condannandoli giustamente, ma rendendoli sempre presenti. Non ha più un'idea del sacro e a questi mali attinge qualcosa... Qualcosa di indefinito che dovrebbe indurci a riflettere seriamente».
Il discorso, chissà perché, ha toccato poi il suicidio («è la perdita di un legame con i simboli, con la vera identità dell'uomo»); quindi Ries ricorda Mircea Eliade e Georges Dumézil («due care persone, con le quali ho discusso a lungo»); infine gli abbiamo chiesto se condivide la tesi di René Girard — l'autore de La violenza e il sacro, un saggio continuamente ristampato da Adelphi — che vede appunto nella violenza il cuore autentico e l'anima segreta del sacro. Risponde: «È un fatto che l'esteriorizzazione della violenza, nel sacrificio espiatorio per esempio, sia considerata come necessaria alla sopravvivenza del gruppo. In ogni caso, il sacro moderno o postcristiano, che ritroviamo in mezzo al capovolgimento operato dalla nostra cultura, sembra coincidere con tutte le ambiguità dell'istinto religioso». E tali ambiguità, per loro natura, possono generare violenza. Inducono a ripensare l'uomo che verrà attraverso il sacro che continua a vivere nelle idee e nei nostri gesti. Siano essi ispirati alla pace od offerti a una «guerra giusta».

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