mercoledì 23 gennaio 2008

Oslo, l’apartheid dei figli delle Ss nati per selezionare la razza

l’Unità 23.1.08
Oslo, l’apartheid dei figli delle Ss nati per selezionare la razza
Migliaia di donne vennero inseminate dai migliori ufficiali nazisti. «Noi vittime incolpevoli pagammo con l’ostracismo»

LONDRA Ricorda Paul Hansen: «Avevo quattro anni, in quella casa eravamo in venti. Il governo mandò un medico, scoprii poi era uno psichiatra. Ci visitò, stabilì che, date le nostre origini, potevamo essere classificati come ritardati mentali. Non era una diagnosi, ma una supposizione. Ci chiusero tutti in un manicomio infantile». Rievoca Kikki Skjermo: «Mi hanno tirato su i miei nonni materni, senza un filo di affetto. A dieci anni un uomo del villaggio mi violentò. Mi avevano spiegato che aveva un vero e proprio odio per quelli come me. Gli urlai: “Perché?”. Rispose: “quelli come te sono stati messi al mondo per essere usati”». Infine Ellen Voie: «Fui data in adozione quando avevo due anni. I miei nuovi genitori erano letteralmene crudeli. Nella comunità in cui vivevo tutti sembravano sapere chi fossi in realtà. Tutti tranne me. Lo scoprii quando il prete mi chiese un certificato di battesimo per poter fare la cresima. Feci le miei ricerche, solo allora scoprii che mi avevano cambiato il nome».
Il loro nome in tedesco era «Lebensborn», «molla della vita», generati dalle Ss e dal loro tentativo di ricreare una razzia ariana che fosse ancora più pura di quella tedesca. Himmler li voleva figli dei migliori ufficiali e di donne di stirpe nordica incontaminata. Per questo, nel 1941, scelse la Norvegia occupata per l’inseminazione di circa 10.000 donne, trattate come giumente da affidare a qualche centinaio di stalloni. Il matrimonio, dopo l’incontro, non era obbligatorio. Se non altro perchè molti tra gli stalloni erano regolarmente coniugati, secondo il rito Ss, in Germania. Tant’è vero che, con la ritirata, tornarono praticamente tutti in patria, lasciando le donne e i loro bambini ad affrontare le durezze del dopoguerra e di una vera e propria apartheid. Anche la patria del Nobel e dei diritti civili ha il suo piccolo, sporco segreto. Lo svela ora un’inchiesta dell’Independent.
Il progetto «Lebensborn» venne messo a punto da Himmler nel dicembre 1935, subito dopo aver incorporato la Gestapo nelle Ss ed essere divenuto l’uomo più potente del Reich dopo lo stesso Hitler. In Norvegia divenne effettivo dal marzo del 1941, in uno scenario che sembra l’opposto di un romanzo di Steinbeck. Gli ufficiali inseminavano le donne, le madri venivano accolte in comunità create appositamente, il Reich se ne assumeva la cura se il padre biologico non intendeva sposarsi. Un esperimento di eugenetica con cui si intendeva anche ovviare al decrescere del tasso di natalità nella Germania nazista. Per ospitare i bambini, almeno 8.000, tutti registrati presso una speciale anagrafe, vennero requisiti alberghi e costruite almeno dieci strutture simili a case famiglie. Ad ogni bambino veniva assegnato un numero ed aveva una cartella clinica in cui venivano raccolti i suoi dati, per controllarne il sano sviluppo. Verso la fine della guerra, il governo norvegese in esilio fece sapere che la fraternizzazione con gli occupanti non sarebbe stata tollerata. «Certe donne sappiano che pagheranno il prezzo di quello che hanno fatto per tutto il resto della vita», avvertì tramite Radio Londra, «tutti i norvegesi avranno modo di manifestare il loro disprezzo per loro». Una promessa mantenuta.

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