martedì 15 gennaio 2008

Herzog: la natura ci distruggerà

Repubblica 15.1.08
Herzog: la natura ci distruggerà
intervista di Grazia Paganelli

«La nostra civiltà tecnologica, con il suo enorme spreco, non è più sostenibile». Così spiega il regista Werner Herzog, che oggi sarà a Torino per una retrospettiva organizzata in suo onore dal Museo del cinema. La sua visione del mondo è apocalittica: «Alla fine - dice - la natura ci regolerà e noi scompariremo abbastanza in fretta, più rapidamente di quanto non si siano estinti i dinosauri. Cosa resterà di noi? Ho parlato con molti scienziati e mi hanno detto che granchi, ricci e spugne sono quelli che hanno maggiori probabilità di sopravvivere».

"La natura si vendicherà alla fine scompariremo più in fretta dei dinosauri"

TORINO - Il suo ultimo documentario, Encounters at the End of the World - domani al Cinema Massimo - ma anche l´intera sua filmografia, 52 titoli fra corti, medio e lungometraggi, a partire dalle primissime prove, negli anni Sessanta. E poi le foto di scena, i video, i disegni, la musica. È una retrospettiva completa quella che Torino dedica a Werner Herzog, organizzata dal Museo Nazionale del Cinema con la Fondazione Sandretto, il Teatro Regio e la Scuola Holden, che ospita due giorni di lezioni con il regista. Il catalogo-monografia a cura di Grazia Paganelli, con l´introduzione di Alberto Barbera, è pubblicato da Il Castoro.

Il museo del cinema di Torino dedica una retrospettiva al regista. E un catalogo del Castoro
Mi piacciono i giocatori che sanno valutare lo spazio. Ecco perché Baresi è stato il mio eroe per tanto tempo

Ci sono molti sogni nei suoi film, c´è sempre un sogno o una visione particolare che si manifesta. Può apparire semplicistico, ma vorrei iniziare chiedendole il motivo della presenza di tutti questi sogni.
«Per me è molto difficile rispondere, come ho già detto altre volte io di notte non sogno. Quindi, forse, la ragione è il vuoto che sento per questa mia incapacità di sognare, ma è anche vero che il cinema ha a che fare con i nostri sogni, intendo i nostri sogni collettivi. La storia del cinema ne è piena».
In "Encounters at the End of the World" lei parla anche di sognatori.
«Sì, i professional dreamers. L´idea di sognarsi dentro l´esistenza rimanda a un concetto aborigeno secondo cui la realtà prende a esistere attraverso i sogni, ma è un pensiero molto complesso che probabilmente rimarrà illusorio, perché non viviamo più nella cultura dell´età della pietra e quest´idea è legata alla percezione di quell´epoca. Dove sognano le formiche verdi è un film in cui le realtà entrano tragicamente in collisione con uno di questi sogni».
C´è un sogno identico in "Echi da un regno oscuro" e "Invincibile", quello dei granchi rossi.
«È vero, a volte le immagini mi seguono di film in film. Eravamo sulla Christmas Island, a nord-ovest dell´Australia, avevo visto quell´immagine una volta e aveva una qualità così misteriosa, una forza così grande che decisi di servirmene sia all´inizio di Echi da un regno oscuro sia alla fine di Invincibile… Milioni e milioni di granchi rossi che uscivano dalla foresta, era impossibile camminare senza calpestarli».
Il loro colore, in "Invincibile", è importante, perché il film non è saturo di colori, a parte questo sogno. Mi chiedevo quale fosse il suo significato.
«Non riesco ad attribuirgli un grande significato, perché i granchi erano proprio così rossi, li ho filmati com´erano, se fossero stati verdi o blu li avrei inseriti ugualmente. Ma ovviamente questo rosso-arancio sconvolgente ha qualcosa di allarmante rispetto alla loro presenza. E poi siamo coscienti che creature come queste ci sopravviveranno. Dopo essere stato in Antartide e aver visto il mondo da un punto di vista completamente diverso, ho capito che la nostra civiltà tecnologica, con il suo enorme spreco di risorse, non è sostenibile. Ma non è solo questo, è ovvio che la tecnologia sarà la prima a sparire. Alla fine la natura ci regolerà e noi scompariremo abbastanza in fretta, più rapidamente di quanto non si siano estinti i dinosauri. Per loro ci vollero milioni di anni, anche se milioni di anni in termini geologici non sono nulla. La presenza umana sparirà più in fretta. Che resterà di noi? Ho parlato con molti scienziati e mi hanno detto che i granchi, i ricci di mare e le spugne sono quelli che avranno maggiori probabilità di sopravvivere. Tra le creature terrestri, i rettili. Cosa rimarrà, invece, di noi? Credo che tra le follie più pericolose realizzate dall´uomo su questo pianeta resteranno soprattutto le dighe, come quella del Vajont, che ha 60 metri di fondamenta di cemento e acciaio, ed è alta 150 metri. Nonostante tutto è ancora in piedi, e tra duecento o trecentomila anni sarà ancora lì. Torino non ci sarà più, e nemmeno Los Angeles, ma il Vajont durerà più a lungo delle piramidi. La più grande delle follie umane sopravviverà a tutto il resto».
Il paesaggio acquista, nei suoi film, un significato molto importante. Non è solo un´ambientazione, ma è come se dal paesaggio si potesse già capire il tono del film.
«L´idea di alcuni miei film nasce proprio da un paesaggio, come i mulini a vento di Segni di vita: era chiaro che sarebbero stati il centro di tutta la storia. Nei miei film spesso l´origine profonda è il paesaggio. Mi piacciono le persone che sanno interpretare la natura, come il nonno archeologo, che ci trovava sempre qualcosa. Quando viaggio a piedi sono molto bravo a decifrare i paesaggi, devo stare a una certa altitudine, su una montagna per esempio, e da lì riesco a comprendere come è fatta, capisco se, scendendo, la discesa sarà impossibile, e poi so trovare la strada giusta. Anche nello sport mi piacciono i giocatori che sanno leggere la partita, che, pur stando nel mezzo del gioco, sanno che cosa aspettarsi. Nel calcio accade spesso con i difensori, il migliore di tutti era Baresi. Non lo si vedeva mai molto durante la partita, ma lui stava sempre giocando. Quando aveva contro quattro avversari in un attacco a sorpresa, e lui era solo, riusciva a togliere loro la palla perché era in grado di prevedere quel che avrebbero fatto. Mi piacciono molto i giocatori che sanno valutare bene lo spazio. Ecco perché Baresi è stato il mio eroe per tanto tempo. C´erano giocatori più veloci o più tecnicamente preparati di lui, e nonostante ciò lui era sempre indispensabile, non si poteva lasciarlo in panchina. Quando l´Italia perse i Mondiali contro il Brasile ai rigori, Baresi sbagliò dal dischetto e Baggio tirò troppo alto. Tutti parlarono dell´errore di Baggio, ma anche Baresi sbagliò. Per tornare al nostro discorso, posso dire che non mi perdo mai e quando mi perdo sono momenti davvero destabilizzanti per me».
In "Aguirre, furore di Dio" il paesaggio viene mostrato in modo diverso rispetto ad altri film, è un vero personaggio e Aguirre, alla fine, si perde a causa del paesaggio stesso.
«Sì, alla fine non c´è più senso dell´orientamento, tutto gira, e non solo perché la macchina da presa si muove circolarmente. L´impressione che abbiamo come spettatori è che non ci sia più una direzione, ho organizzato con grande attenzione tutto il percorso che doveva compiere la piccola spedizione spagnola, quella capitanata da Aguirre. Quando partono hanno la precisa sensazione di procedere verso l´Eldorado, ma, impercettibilmente, perdono il senso dell´orientamento».
Alcuni volti di "Cuore di vetro" sembrano paesaggi.
«Sarei prudente, penserei piuttosto allo strano fenomeno che si ha quando si guardano delle foto degli anni Cinquanta, ad esempio. Ci si rende subito conto che sono facce degli anni Cinquanta. In realtà non riesco a pensare ai volti come a dei paesaggi, forse sono particolarmente allergico all´idea perché Kinski mi urlava sempre dietro quando filmavo dei paesaggi. Mi diceva che il volto umano è in assoluto il paesaggio più affascinante».
In "Dark Glow of the Mountains" parla con Messner di viaggi e lui dice qualcosa di molto particolare sul suo sogno di viaggiare solo per viaggiare, senza una meta. È come lei.
«Idealmente mi piacerebbe finire la mia vita così, ma sarebbe bello avere con me un cane, un husky, comunque un cane grande e forte. È strano perché alcuni indiani d´America, quando erano nomadi, si spostavano con le tende e i cavalli, ma avevano anche cani che venivano sellati per trasportare parte delle loro cose. Quando ci si muove in spazi così grandi bisogna portare con sé delle provviste, dell´acqua, ed è bene avere dei cani. A me non piace viaggiare con bagagli, porto con me solo lo stretto necessario».
(da "Segni di vita-Werner Herzog e il cinema". ed il Castoro)

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