lunedì 19 maggio 2008

A Torino Canaletto e Bellotto. I grandi maestri del vedutismo

La Repubblica 19.5.08
A Torino Canaletto e Bellotto. I grandi maestri del vedutismo

A Torino, cento opere a Palazzo Bricherasio per i due pittori che furono il punto più alto della Venezia del ´700

TORINO. Quando si calano sul panno verde due assi come Antonio Canaletto e Bernardo Bellotto chi si nutre della grande tradizione del vedutismo europeo e del Grand Tour non può che gioire: anche se chi ha di questi vizi innocenti può aver nella testa un ideal-tipo di mostra, che magari non coincide del tutto col banchetto offerto, deve deporre le riserve e godersi lo spettacolo. Ed è questo che a me è capitato in Palazzo Bricherasio, a Torino, dove si tiene "Canaletto e Bellotto. L´arte della veduta" (fino al 15 giugno) con circa cento pezzi tra dipinti e disegni.
I due veneziani sono pittori sommi che hanno rappresentato quanto di più alto ha prodotto la civiltà artistica della Serenissima nel Settecento, ebbero destini incrociati ma assai diversi. Canaletto fu il più celebre vedutista del suo tempo e trovò in Bernardo un assai degno erede e per alcuni anni il giovane attinse avidamente alla «scola» dello zio: suggendo miele dalla sua tavolozza, come solo un artista di talento sa fare. Spostando, in direzione diversa, millimetro dopo millimetro, il suo estro: sicché per anni e decenni la critica s´è industriata, e continuerà a farlo, nell´attribuire all´uno o all´altro questo disegno o questa tela negli anni d´esordio di Bernardo. Quando si lavora gomito a gomito è inevitabile che il più anziano sia maestro al secondo: il nodo di incontrovertibile evidenza si stringe a Roma dove Canaletto andò (forse) una sola volta e Bellotto giunse ventenne nell´inverno del 1742 su «consiglio del Zio», come scrisse Pietro Guarienti nell´Abecedario già nel 1753. Giunge nello stesso anno il giovane Piranesi. Passa Bernardo per Firenze dove dipinge vedute di mestiere, ma è già quella di Lucca una splendida tela che si distacca con forza da Canaletto per l´originalità dell´impianto prospettico e della fredda cromia. Ma è a Roma, con il Tempio di Antonio e Faustina e il Foro romano con i templi di Castore e Polluce, Bellotto è già Bellotto: che i disegni romani redatti con la camera oscura a mo´ dello zio siano poi serviti a questi per alcune tele di soggetto analogo è assai probabile. Il confronto tra i due disegni di Capriccio con motivi classici, medievali e palladiani che la curatrice della mostra Bozena A. Kowalcyk, assegna entrambi al Bellotto, inducono a qualche perplessità: ché il primo è secco come uno staffile, il secondo è pieno di chiaroscuri, sfumato, morbido e canalettiano; condivido invece l´attribuzione a Bernardo del Capriccio con tomba medievale a petto del medesimo soggetto del Canaletto. Non intendo tediare il lettore su questioni di tal tipo, ma per redimere molte inevitabili contese a me pare contributo rilevante quello di Carl Villis in catalogo (Silvana editoriale) che approfondisce i materiali, le tecniche e i procedimenti esecutivi di Bellotto, seguendo una metodica che non è stilistica e morelliana, da conoscitore dall´occhio fino, ma fonda su ragioni compositive più profonde che a me stanno molto a cuore da quando m´occupo di vedutismo. Il confronto tra Bellotto veneziano (Il Canal Grande con il Palazzo Dolfin Manin, 1739) e l´equivalente tela dello zio mi pare molto convincente: Bernardo abbassa l´orizzonte con gli edifici e l´acqua della laguna, in modo da assegnare al cielo uno spazio maggiore, conferendo all´insieme una tensione che è pure esaltata dalla contrazione del Ponte di Rialto e dall´ansioso affollarsi di barche in primo piano. Ma è anche la diversa cromia dei grigo-verdi di Bernardo che si distaccano dai toni rosa e perlacei di Antonio Canal. Mi paiono invece datati gli schemini geometrici proposti da Dorota Folga che seguono quelli di Corboz, ma ignorano il metodo di lettura al computer, implacabile come è lo strumento, che Daniela Stroffolino ha proposto da anni ne La città misurata (Salerno editrice), dando un svolta a questo genere di indagini.
La fortuna di Canaletto si impennò quando il Console Smith, collezionista e mecenate, gli commissionò le dodici vedute del Canal Grande alcune delle quali sono in mostra e che furono vendute nel 1762 alla Corona d´Inghilterra, facendo del veneziano il privilegiato pittore dei Milord e dei Sir che sulla rotta del Grand Tour avevano eletto Venezia a loro capitale ideale. Infatti così come non si contano in Inghilterra le tele di Canaletto, talune tra le più splendide che abbia dipinto nel corso dei lunghi soggiorni londinesi, allo stesso modo l´aristocrazia e la committenza francese lo ignorò o quasi, privilegiando i Guardi che con la loro pennellata veloce ed estrosa, con cieli gonfi di cirri e acque piene di svolazzi e virgole, erano assai più congeniali al rococò di casa, delle tele canalettiane. Esse come corde di violino vibravano su Venezia o su Londra con un´incomparabile armonia alla Vivaldi. Così come l´eco dell´organo di Bach s´ode in tele di Bellotto che si videro al Correr.
Una meraviglia è il Ponte di Walton (1754) di Canal: la struttura in legno delle tre arcate del ponte brillano nel loro biancore alla luce di un sole freddo e oscurato dalle nuvole, in primo piano le lutulente acque verdi del Tamigi solcate da una lunga barca nera, sulla riva si attestano signori che conversano tra loro e un cane corre verso qualcuno. Più statica la veduta col castello di Warwich, con quel grande prato in primo piano ornato di dame e milord e cani come grande vassoio con la più ricca aristocrazia d´Europa.
Bellotto ha altro destino, il destino di un emigrante che si guadagna il pane nelle maggiori corti della Mitteleuropa. Prima di lasciare l´Italia ci lascia memorabili vedute a cui dedicammo una mostra a Verona: con Torino (Ponte sul Po), Milano (Il palazzo dei Giuriconsulti, il Castello Sforzesco), i dintorni come Vaprio d´Adda e Canonica, e un capolavoro come la veduta di Gazzada che tanto innamorò di sé Gadda da volerla in copertina della Cognizione del dolore. Bellotto mise a bottega il figlio che non ebbe il suo talento, ma Bernardo di talento ne ha da vendere e conquistò la corte di Vienna, di Monaco, di Varsavia e di Dresda.
In mostra si vedono due splendidi panorami della città sull´Elba (1751) volti a esaltare i mirabilia architettonici che Federico Augusto re di Polonia e elettore di Sassonia aveva promosso. Morì povero a Varsavia nel 1780; Canaletto era morto nella sua ricca casa in Corte Perina nel 1769, lo stesso anno in cui nasceva Jacob Philipp Hackert, quasi un segno del destino: ché il pennello del veneziano poteva essere preso, come un testimone, nelle mani del più degno erede della veduta nella seconda metà del secolo dei lumi.

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