mercoledì 14 maggio 2008

La parola "in" oggi ha molti significati.

La Repubblica 26.5.07
La parola "in" oggi ha molti significati. Pochi sanno che nell'antichità era associabile alla dea Estia, cioè a colei che rende sacro il lavoro dell'analista. Ecco il racconto sul mistero dell´anima e sugli archetipi che la illuminano di James Hillman

Soltanto una cosa certa abbiamo imparato facendo analisi, l´importanza del piccolo e particolareggiato. Il mio viaggio junghiano - e uso non a caso la parola "viaggio" perché si trattò proprio di un viaggio, dall´India himalayana attraverso Israele e la Svezia fino a Zurigo - iniziò con passi da gigante. L´India, le Tipologie, l´Individuazione, i Grandi Sogni, i Simboli Universali (volli fare la mia prima tesi sull´idea di Spirito, e la seconda sul Tempo), insomma GRANDE! Adesso, invece, sembra che io faccia passi da formica, una minuscola attenzione alle più piccole cose.
Ecco il perché di questo minuscolo titolo, "In", anche se non so ancora se non finirà per diventare più piccolo o ancora più grande di grande. Questa è già una dimensione della domanda: l´"in" ha delle dimensioni, una misura, una forma, un luogo?
Prima di arrivare a questo, vorrei però richiamare qualcosa che noi tutti già sappiamo. "In" è senza dubbio la parola dell´anima. "In" è decisamente "in", nella psicologia del profondo: in analisi, in terapia, in transfert, in amore, in relazione, in lutto, ingravidato, nella tua testa non nel tuo corpo - adesso "in" si è approfondito, è andato oltre, diventando nella mia lingua anche "into", la parola chiave che indica l´essere completamente assorbiti in qualcosa: nel bird watching, nel rap, nella cucina messicana.
La storia del nostro campo conferma questi usi ordinari di "in" e di "into". Fin dall´inizio, locus delle preoccupazioni psicoanalitiche furono la topografia interiore e le dinamiche di regioni, figure e forze, ricordi e sentimenti, flussi e complessi, tutti immaginati come interni, interiori, dentro.
Soprattutto i sentimenti, che sono tenuti "dentro" e lasciati uscire "fuori". Sono profondi, giù dentro di noi, continuamente presenti come colore e ritmo, interiori e riflessivi, che accompagnano il comportamento esteriore. Un´importante obiezione nei confronti del behaviorismo e della terapia del comportamento da parte degli analisti del profondo è stata che il behaviorismo non ha un "dentro". Non c´è nessun "in".
In breve, l´attività principale dell´analisi ha luogo dentro. "In" è dove si svolge la sua azione. È lì che si nasconde la vera persona, quel "me" interiore, e occuparsi di questo mondo interiore - cosa è successo nel passato e cosa potrebbe succedere nel futuro, significa occuparsi attentamente delle intromissioni genitoriali, dei lamentosi residui del bambino interiore, che si accompagnano all´introversione della libido e alle riduttive investigazioni dell´Ombra - quell´agenbite-bite of inwit, come Joyce chiamava l´introspezione piena di rimorsi. "In" è la preposizione chiave in analisi, più importante, credo, di "con". "In" è la direzione chiave del movimento psicologico, l´ubicazione chiave delle psicodinamiche, e la posizione privilegiata dei valori dell´anima. (...)
Noi analisti, nonostante la nostra aumentata capacità di riflettere e di analizzare, non siamo immuni dalla mentalità istituzionalizzata. In realtà siamo più sfortunati rispetto alla maggior parte degli altri professionisti proprio riguardo alla collettività delle nostre riflessioni, perché gli strumenti dell´analisi e della riflessione utilizzati per riflettere sulla nostra professione sono proprio i concetti forniti dall´istituzione. Siamo testimoni ogni giorno della grande impasse di cui spesso scriveva Jung: la grande difficoltà che ha la psiche, se non l´impossibilità, di diventare cosciente di sé per mezzo della psicologia. Come il conoscitore conosce sé stesso? (...)
Riguardo al nostro tema specifico, "in", noi troviamo l´"in" letteralizzato come un posto definito nel quale andiamo - l´inconscio, il corpo, oppure un definito tempo nel passato. Questa letteralizzazione ci fa dimenticare quello che diceva il maestro: non è la psiche che è in me, sono io nella psiche. Noi dimentichiamo e letteralizziamo l´anima dentro la pelle, la mente dentro il cranio, il sogno, l´emozione, la memoria dentro il "me", trascurando la psiche collettiva, l´anima mundi nella quale viviamo tutto il giorno la nostra vita.
A questo punto vorrei differenziare fra i principali usi linguistici di "in". Faccio questo in parte per diventare più consapevoli del predicamento in cui "in" ci mette. E, come diceva Jung, per diventare consapevoli ci vuole differenziazione. Quindi diamo una rapida scorsa a questi usi: li potrete trovare nel vostro dizionario o nella grammatica, dove li ho trovati io.
La preposizione "in" significa dentro i limiti di spazio, tempo, condizione, situazione, circostanza. "In" come limitato, circoscritto, definito. Come ho già detto: in analisi, in amore, nei guai, in tribunale, in pericolo, in fretta, in tempo. "In" come un essere limitati - in un giardino, nei guai, in analisi. Confinamento. Potremmo dire "incorniciato", "circondato". Dunque, quando diciamo che l´anima è nel corpo, non ci limitiamo a intendere "in" letteralmente, come dentro il luogo del corpo, ma anche, più ampiamente, come limitata dal corpo, confinata nel corpo, nelle circostanze del corpo.
"In" è anche il prefisso che introduce diversi significati:
1. Un prefisso negativo, privativo: indecisione, indistinto, inammissibile, ingiustizia, insano, incesto (come "non casto"), incapace, inconscio.
2. Il prefisso "in" significa anche un movimento in avanti che continua. Entrare, introdursi in qualcosa, e poi essere in essa, dentro di essa.
3. Questo significato di movimento continuato in avanti si mescola con un terzo significato del prefisso, in parole come incluso, inviluppato, intrappolato, incantato, inveterato, ingerito, innato, iniziato - dove siamo al tempo stesso veramente, effettivamente "in", e continuiamo il movimento sempre più all´interno nello stato che viene descritto.
In breve, "in" è una parola che rinchiude, imprigiona, intrappola.
Sembrerebbe che la parola "in" agisca come una forza archetipica - entrare nell´inconscio ci porta veramente ed effettivamente nella nostra situazione, nei nostri sentimenti, nei nostri ricordi, e avvolti nel transfert.
Dalla preposizione e dal prefisso non c´è che un piccolo passo per arrivare al sostantivo "in": coloro che sono "in", che sono "dentro", nel senso di "affiliati". Una persona che è "in" è al corrente di ciò che succede all´interno della riserva privilegiata, entro i confini di un particolare stato o condizione, tempo o luogo. (...)
Ma allora qual è il potere, chi è il Dio o la Dea che ci attira dentro, che ci mantiene dentro? Cos´è questa archetipica insistenza sull´interiorizzazione e sulla salvaguardia della santità dell´"in"? Io credo che la risposta a quel "chi?" sia Estia.
Prenderò adesso in considerazione alcuni passi del materiale che ho raccolto, soprattutto tra quello di cinque autori che hanno scritto di Estia e hanno già selezionato le fonti classiche e si sono immersi nel materiale che riguarda questa dea. Così citerò, oltre all´Inno omerico a Estia, Cults of the Greek States di Farnell, il capitolo su Estia in La grazia pagana di Ginette Paris, il saggio su Estia di Barbara Kirsey tradotto in I fili dell´anima, quello di Stephanie Demetrakopulos in Spring 1979 e quello di Paola Coppola Pignatelli in Spring 1985. Per ragioni di brevità, mi limiterò a citare alcune frasi di questi autori facendo via via pochi sporadici commenti, chiedendovi di guardare questi brani in funzione del lavoro analitico.
Prima però due parole su Estia in generale. Fu lei la prima di tutti gli immortali a essere onorata con libagioni e processioni - prima di Zeus, prima di Era, di Demetra e di Gaia. Come noi diciamo "alla salute!", prosit, santé, salud, kampei, l´echaim, i Romani dicevano "Vesta!". Era il focolare acceso, il focolare che emana calore. Questa è la sua immagine, il suo locus, la sua incarnazione. La parola latina per focolare è focus, che può essere tradotta nel linguaggio psicologico come l´attenzione centrante che appassiona alla vita tutto ciò che entra nel suo raggio d´azione. Estia è questo. Ovidio parla di Estia come "nient´altro che una fiamma viva". Il suo nome deriva probabilmente dall´indoeuropeo vas, "abitare in". Un´altra derivazione è quella dalla radice di "essenza". In breve, Estia è soltanto "in" e, come la concisione stessa, non è un oggetto visto, ma un focus che ravviva, che illumina, l´essenza dell´anima che abita in qualunque cosa.
- E adesso i brani che riguardano il prestare attenzione, il tenere un diario, le annotazioni del diario, le registrazioni dei sogni che sono la materia del lavoro interiore. Dice Platone ne Le leggi: "I giudici di un accusato che ha peccato contro gli Dei, i genitori o lo stato, alla fine di ogni giorno mettano per scritto tutte le cose attinenti al caso e depositino i rotoli sull´altare di Estia" (856 a).
- L´analisi come sostegno, come nutrimento, come un alimentare l´anima, come supporto incondizionato, come madre positiva: "Il 15 aprile a Roma venivano sacrificate a Vesta delle mucche gravide per assicurare un´abbondante disponibilità di latte". Vesta si occupava anche delle provviste di sale e della farina sacra (mola).
- L´analisi: un giorno alla volta, una seduta alla volta. Mantenerla fresca: "Le vestali non potevano conservare l´acqua ma dovevano andarne a prendere ogni giorno soltanto quella necessaria, in uno strano recipiente fatto appositamente per quello scopo. Il vaso aveva una base così stretta che non poteva stare dritto [non era possibile l´immagazzinamento; non si poteva usare acqua vecchia; la strettezza della base = la stretta disciplina del contenitore] e [questo conteni-tore] era chiamato futile."
- Quando finisce l´analisi come servizio all´"in"? L´"Analisi terminabile e interminabile" [Unendlich] di Freud. "Il più comune aggettivo/attributo di Vesta era eterna."
- Sulla terapia delle coppie e la risoluzione del conflitto. L´analisi come rifugio, come luogo sicuro. "Le controversie erano appianate presso l´altare di Estia". "Il focolare era anche un luogo per fare pace e per accordare clemenza." "Non prende parte alle guerre, alle rimostranze o alle relazioni fra gli Dei e i mortali." "Estia è capace di custodire le immagini."
- Il prossimo gruppo di immagini attesta l´impersonalità del lavoro e la sua numinosità, la traslazione anziché la relazione umana. Anche qui, quelle che seguono sono citazioni dirette dei cinque autori già menzionati. "Un aspetto centrale della coscienza di Estia è la propensione per l´anonimato." "Quando gli uomini giuravano su Estia, giuravano sul focolare sacro, non necessariamente su una qualche personalità." "La meno antropomorfica di tutte le divinità elleniche." "Una presenza potente, non un individuo personale." "Un numen più che una divinità."
- Sulla privatezza e la sicurezza del temenos analitico. "La frase ‘sta sacrificando a Estia´ divenne proverbiale di una faccenda segreta." "Asilo sacro dove poter trovare rifugio." "L´offerta sacrificale a Estia non è mai un sacrificio violento, con spargimento di sangue."
- Sull´assenza di intervento personale, cioè il concetto freudiano che l´analisi proceda per "astensione." "Non esisteva quasi nessun racconto su di lei." "Non indica alcun movimento."
- Sulla natura del progresso analitico e le descrizioni del Sé: "È sempre seduta su elementi circolari, così come circolari sono i luoghi dove è venerata."
- Sul primato della famiglia nell´analisi dell´individuo: "Specialmente connessa con la vita e la legge della famiglia e del clan." "L´unica vera cerimonia celebrata in suo onore [...] sembra essere stata un pranzo familiare." "Senza di lei gli umani non avrebbero feste." "Presiede alla progressione ‘da crudo a cotto´ che trasforma la natura in cibo."
A questo punto vorrei soffermarmi a distinguere fra la famiglia letterale - nel senso di Era, o della famiglia come generazione di figli, o anche della casa in sé - e la struttura psichica interna - che adesso noi formuliamo come sistema famiglia, quello che i Romani chiamavano gens, quello spirito invisibile che vi regna, l´anima della famiglia condivisa durante un pasto in comune, l´atto primario di civilizzazione. Non la coltivazione del cibo o la preparazione del cibo - Demetra e Afrodite - ma il rituale del mangiare il cibo insieme. Il fast-food da McDonald e il "mangiar fuori di corsa" possono fare di più per profanare Estia e danneggiare l´anima della terra di quanto non facciano tutte le altre cose che sono state proposte come causa della disfunzione della famiglia: i padri assenti, la violenza in televisione, le droghe, gli abusi, ecc. Il pasto condiviso, ricordiamocelo, è centrale per la vita contadina greca, italiana, ebraica, orientale, afro-americana e medio-occidentale, tanto che il rituale mangiare insieme anziché il dormire insieme potrebbe essere qualcosa che gli analisti al servizio dell´"in" di Estia potrebbero prendere in considerazione.
Torniamo alle citazioni.
- "Non lascia il suo posto; dobbiamo andare noi da lei." Nel Fedro di Platone, quando gli undici Dei muovono in volo nel cielo, Estia, "sola, rimane in casa degli Dei." (247a) "A lei è attribuita l´invenzione dell´architettura domestica." "La sua immagine è architettonica." "La sua immagine e il suo luogo sono identici." Sono brani dai quali ho tratto la conclusione che l´analisi, come rituale estiano dell´interiore, deve svolgersi in una situazione chiusa. Soltanto lì può esserci focus. L´analista non prende appuntamenti fuori, non fa house calls, perché il rituale è un rituale di luogo. Fin dagli inizi, in Bergstrasse e Seestrasse, la coscienza analitica "ha luogo" in uno spazio sacro, che dà un focus ai contenuti psichici. L´interiore si rivela fra le pareti e può essere estratto dalla sua errata collocazione nella "mia" storia passata, nella "mia" vita personale e nel letteralismo delle "mie" relazioni. L´arrivare e l´entrare nel luogo del terapeuta e l´allontanarsene sulla porta riverbera con le tensioni del rituale dell´entrare e dell´uscire dai confini di Estia. Architettonicamente Estia era accoppiata a Ermes. Lui all´esterno, lei all´interno. Via via che ci spostiamo verso l´ipertrofia di Ermes - ciberspazio, CD-rom, telefoni cellulari, satelliti, call-waiting, realtà virtuali - possiamo essere connessi dovunque "fuori" e avremo sempre più un disperato bisogno della centrante forza circolare di Estia, che ci impedisca di dissolverci nello spazio. In altre parole, in questo tempo di eccessivo Ermes l´analisi junghiana classica, rivolta verso l´interno, in quanto rituale osservanza di Estia, può essere più necessaria di quanto non lo sia mai stata.
- Sulle infrazioni specificamente sessuali in terapia: "Estia è immune dal potere di Afrodite e dalle frecce di Eros." "La sessualità deve essere nascosta a Estia." "Il desiderio di Estia di non sposarsi mai." Sicuramente conoscete la storia di Estia che sonnecchiava presso il focolare quando Priapo attraversò la soglia del suo territorio per violentarla, ma lei, svegliata dal raglio di avvertimento di un asino, lo fece fuggire via. Il fuoco di Priapo non ha a che fare con la fiamma del focolare. La sessualità diretta, sfrenata, non vi ha posto. Questo spauracchio, che è saltato fuori in analisi fin dal suo primo caso con Josef Breuer, e il purismo etico con il quale gli si resiste, fa parte del mito e del rituale di Estia. A Roma, per esempio, le vestali addette al suo culto erano vergini. Se qualcuna si macchiava in qualunque modo
- per l´andatura seduttiva, i capelli portati lunghi, l´abito immodesto, o anche un atteggiamento troppo scherzoso e malizioso - poteva essere, e di fatto lo era, seppellita viva in una stanza sotto terra, isolata e "cancellata" (questa è la parola usata dal testo), così come la nostra professione cancella il nome dalla lista degli analisti, li scomunica dall´associazione. Il nostro quieto conformismo rappresenta i rituali di un antico culto, dichiarandoci così in quel culto. La nostra purezza sessuale riguardo all´analisi è qualcosa di più che una puritana correttezza morale : è richiesta dalla Dea dell´"interiore". (...)
Adesso, in conclusione, vorrei spiegare più chiaramente ciò che, a partire da questa accozzaglia di note, mezzi pensieri e citazioni, ho cercato di dimostrare. Come prima cosa ho voluto affermare la preminenza di questa piccola parola e prefisso, "in", come una dominante della nostra ontologia analitica. Per questo vi ho condotto attraverso un riesame della semantica dell´"in".
Poi ho voluto mostrare l´approccio proprio di una psicologia archetipale, il ricorso al suo metodo per salvare il fenomeno, essendo in questo caso il fenomeno i sentimenti e gli importanti valori che restano attaccati alla parola "in", anche dopo che abbiamo applicato intellettualmente l´acido della decostruzione. Anche dopo aver deletteralizzato l´"in" e riconosciuto che esso non è letteralmente in nessun luogo, il richiamo dell´interno, del più intimo, dell´interiore, dell´introvertito, del dentro, non se ne va.
Ho poi giustificato questo attaccamento all´"in" come valido dal punto di vista archetipale. Cioè, il nostro amore per il carattere interiore dell´analisi non deriva semplicemente dall´abitudine storica di localizzare l´anima dentro la pelle, o dall´eccesso di soggettivismo e di personalismo che abbiamo coltivato nella nostra cultura cristiana, convertita fin da Agostino e poi da Cartesio, e da pensatori estremamente political correct, compresi Freud e Jung. Invece ho sostenuto, nell´ultima parte di queste osservazioni, che questa profonda importanza è data da Estia, e che l´analisi, oltre a essere in molti casi una rappresentazione del mito di Amore e Psiche, di Demetra e Persefone, di Ade, di Ermes, di Ercole e soprattutto di Edipo, con le sue intuizioni autodistruttive, è un rituale di Estia, un´osservanza che si prende cura del suo focolare.
Per me, questa scoperta di Estia fra i cocci del mio decostruito tempio analitico è stata una rivelazione di un valore immenso, perché Estia non conosce le distinzioni fra pubblico e privato, fra interiore ed esteriore - nel senso di introspezione psichica e attività politica -, fra sé e comunità. Al servizio di Estia si potrebbe non essere o più segreti e silenziosi o più comunitari e sociali. La scoperta di Estia fra le mie rovine significa anche per gli analisti che se Estia è colei che rende sacro il nostro lavoro, allora quello che il paziente fa e che noi facciamo nel municipio per mantenere ardenti i suoi carboni è parte del fare anima, altrettanto di quanto lo è qualunque sogno, qualunque ricordo, emozione o intuizione.

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