domenica 6 aprile 2008

Il mondo del «Raffaello ferrarese»

Corriere della Sera 5.4.08
Il mondo del «Raffaello ferrarese»
Madonne, bambini e santi in una nuvola di sogno
Così Garofalo racconta il sacro in modo profano
di Francesca Montorfano

Ha imparato l'arte dal Panetti e dal Boccaccino, è rimasto affascinato dai paesaggi fantastici di Dürer e dalla sensibilità per il colore di Giorgione, ha conosciuto Michelangelo e colto i nuovi fermenti che venivano da Roma al punto da venir chiamato «il Raffaello ferrarese ».
Eppure lui, quel Benvenuto Tisi detto il Garofalo dal paese di origine del padre (e che talvolta firmava le sue tele con un piccolo garofano rosso), tra i più richiesti pittori del primo Cinquecento ferrarese, è stato a lungo sottovalutato dalla critica e poco conosciuto dal grande pubblico. Non così all'estero, però. Non in Germania, Francia, Inghilterra, Austria o Ungheria dove le rotte del collezionismo hanno condotto molti dei suoi capolavori dispersi già alla fine del Cinquecento. E soprattutto non in Russia: è del Garofalo, infatti, la prima opera del Rinascimento italiano giunta alla corte di Pietro il Grande, quella stupenda «Deposizione» che il cardinale Ottoboni aveva regalato all'agente commerciale dello zar a Venezia e che questi aveva avuto «l'ardire» di portare alla corte russa nel 1720, primo passo della futura collezione.
Del maestro ferrarese l'Ermitage di San Pietroburgo possiede un importante nucleo di opere, tra cui tre dipinti di grandi dimensioni realizzati dal Garofalo intorno al 1530 per il convento di San Bernardino che la giovane Lucrezia Borgia sposa di Alfonso d'Este aveva voluto acquistare e che oggi è andato distrutto: «Le nozze di Cana di Galilea », «l'Andata al Calvario e «l'Allegoria del Vecchio e del Nuovo Testamento», rimasta arrotolata per più di cinquant'anni e ora recuperata in tutta la sua bellezza.
«Garofalo, pittore della Ferrara estense» è oggi l'omaggio di San Pietroburgo all'artista che ha fatto conoscere in Russia la grande arte rinascimentale italiana e la magnificenza di una corte tra le più illuminate d'Europa. Una rassegna di ampio respiro curata da Mauro Lucco e Tatiana Kustodieva che nello scenario del Castello Estense— prestigiosa sede di Ermitage Italia — vedrà per la prima volta riuniti oltre settanta capolavori del pittore, provenienti da San Pietroburgo e da alcune delle più importanti istituzioni europee: tra di essi la celebre «Moltiplicazione dei pani e dei pesci» giunta dalla Siberia dopo un viaggio di oltre 15.000 chilometri. Saranno esposte anche opere di artisti a lui contemporanei, come la «Sibilla» di Dosso Dossi o la bellissima «Madonna in trono» e «il piccolo Compianto sul Cristo morto» di Francesco Francia, gioielli dell'Ermitage, per ricostruire non solo l'intera parabola creativa di Benvenuto Tisi, ma anche l'effervescente clima culturale che allora si respirava in città.
«Merito grande del pittore è di essersi confrontato con quanto di meglio i maestri del Rinascimento andavano elaborando a Venezia e a Roma, rimanendo sempre fedele a se stesso — precisa Mauro Lucco —. Il Garofalo è stato un artista fuori dagli schemi, che ha dipinto quasi unicamente pale d'altare e temi religiosi per le chiese e le confraternite della città, ma senza perdere di vista il mondo che lo circondava. Trattando un tema tradizionale come quello sacro in modo nuovo, profano, reinterpretandolo alla luce di quella cultura dell'intrattenimento elaborata nelle stanze del potere, inserendolo in un meraviglioso universo fantastico con gusto tipicamente narrativo».
E così Benvenuto Tisi dipinge Madonne, Bambini e Santi che sembrano personaggi di una favola avventurosa, e con soluzioni originali, con una poesia della natura intimamente sentita, li cala non in chiese o in cappelle, ma nel clima di corte, in ambientazioni fatte di paesaggi fiabeschi e inverosimili, vicino a rocce scoscese, costoni a picco e specchi d'acqua nei quali si riflette il cielo, tra luci che paiono fuochi d'artificio, vapori di nebbie e magici tramonti. Il suo è un mondo di sogno, sereno, lontano da affanni e dolori. Le sue immagini - sia le pale d'altare che i grandi cicli di affreschi realizzati per le residenze estensi - di una bellezza senza tempo, che conquistò allora i suoi concittadini entrando a far parte dell'immaginario collettivo ferrarese e che ancora oggi, cinquecento anni dopo, colpisce ed emoziona. E anche in questo risiede quella «modernità » che il Vasari tanto apprezzava nell'artista.

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