lunedì 7 aprile 2008

Gli speculatori si buttano sul business dell'agricoltura. E mezzo mondo rischia la fame

Gli speculatori si buttano sul business dell'agricoltura. E mezzo mondo rischia la fame

di Sabina Morandi

Liberazione del 05/04/2008

Dopo avere spolpato il mercato immobiliare americano la finanza si butta sulle materie prime alimentari, e sono guai. L'aumento globale della popolazione, la crisi ambientale e la follia dei biocarburanti sono ottime notizie per la finanza speculativa che approfitta dell'occasione per spostare le proprie fiches su altri tavoli. Come ha scritto Roberto Capezzoli sul Sole 24 ore «Il flusso di denaro che proviene dagli hedge fund è tale da sommergere e alterare, per periodi più o meno lunghi, le tendenze tradizionalmente legate al clima, alle dimensioni dei raccolti e alla propensione al consumo». Il risultato, oltre ai soliti enormi profitti dei soliti noti, è l'impennata del prezzo dei prodotti alimentari di largo consumo come frumento, soia e soprattutto il riso che dà da mangiare all'Asia, dove risiede metà della popolazione mondiale. Chi criticava da anni il modello incentrato sul mercato globale è servito: i paesi più liberisti, quelli che hanno destinato le proprie terre alla produzione di colture destinate all'export - e hanno firmato accordi commerciali vincolanti in tal senso - sono anche i più penalizzati. Paradossalmente chi è rimasto indietro nel magnifico e trionfale cammino verso l'integrazione globale dei mercati è favorito: l'agricoltura familiare basata sulle produzioni tradizionali destinate all'auto-sussistenza dovrà combattere contro le calamità di sempre, ma almeno darà qualcosa da mettere nel piatto.
A leggere le notizie delle ultime settimane c'è da aver paura. In Messico, Argentina, Egitto, Marocco, Niger, Mauritania, Senegal e Sierra Leone, ci sono già state le prime rivolte del pane, mentre manifestazioni contro i rincari si sono tenute nelle Filippine, in India, in Indonesia e perfino in alcuni ricchi paesi del Golfo - come Arabia Saudita e Kuwait. Spaventati, i rispettivi governi stanno cercando di correre ai ripari: alcuni, come i paesi produttori di petrolio che sono importatori netti di cereali, hanno ulteriormente tagliato i dazi. Altri, come la Cambogia, l'India e le Filippine, ma perfino un grande produttore come il Vietnam, stanno restringendo le esportazioni per rimpinguare le scorte. In Africa, dove i governi non sono in grado di determinare la propria politica alimentare - che viene decisa a Bruxelles o a Washington - e dove la terra migliore viene destinata a coltivare i prodotti per le nostre tavole, la bolletta alimentare è salita del 50 %. In un continente cronicamente afflitto dalla fame e dalla malnutrizione ha l'effetto di una bomba atomica, meno spettacolare ma altrettanto devastante.
I fan della globalizzazione sono rimasti spiazzati e preferiscono non commentare questa valanga di misure protezionistiche che, assicurano i governi, sono temporanee. L'importante è tranquillizzare i guardiani del dogma che siedono al Fondo Monetario: nessuno vuole mettere in dubbio la bontà di un modello basato sulle monoculture industriali e sull'accesso al mercato internazionale, quello stesso mercato che per vent'anni ha spinto al ribasso il prezzo dei generi alimentari rovinando i produttori, e che ora lo spinge al rialzo rovinando anche i consumatori poveri. Ai sindacati contadini che da anni presidiano i grandi vertici economici chiedendo di salvare, insieme al loro posto di lavoro, anche la sovranità alimentare, i superburocrati del Wto hanno sempre opposto un netto rifiuto. Il vero sviluppo - ci è stato ripetuto in tutte le lingue - è garantito solo dalle produzioni industriali destinate all'esportazione e senza l'integrazione con il mercato del Nord del mondo non c'è speranza. L'autosufficienza alimentare, così come la protezione delle industrie nazionali o delle piccole imprese contro lo strapotere delle multinazionali, è stata liquidata come un'eresia. Le colture tradizionali sono state sostituite da quelle che tirano sul mercato globale: semi omologati, certificati e brevettati fatti apposta per un'agricoltura drogata di chimica, il più possibile meccanizzata e connessa con la lunga - e inquinante - filiera che porta dritto agli scaffali dei nostri supermercati. Nel frattempo i contadini, diventati salariati delle grandi piantagioni industriali, non coltivano più il cibo che consumano e devono, come noi, acquistarlo. E quando i prezzi salgono sono dolori.
Non ci sarebbe momento più propizio per riformare questo modello. Invece veniamo rassicurati che le misure protezionistiche di questi giorni non dureranno esattamente come - ci viene detto - sono misure temporanee i "prestiti ponte" concessi alle banche rovinate dal gioco dei subprime. Imperturbabili, i giornalisti televisivi rassicurano i cittadini, le cui tasse vengono utilizzate per salvare gli speculatori invece che per pagare scuole decenti e medicine per tutti, che le banche torneranno private appena ricominceranno a fare profitti e che la libera circolazione dei prodotti alimentari riprenderà dopo che gli speculatori saranno sciamati altrove. Nel frattempo, però, si continuano a firmare accordi commerciali capestro che ripetono in tutte le lingue il mantra del mercato globale.

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