giovedì 21 febbraio 2008

Zapatero e i poliziotti della fede

Zapatero e i poliziotti della fede

Il Manifesto del 21 febbraio 2008, pag. 3

di Maurizio Matteuzzi

Dice Isabel Burdiel, cattedratrica di storia contem­poranea all'università di Valencia, che «il consoli­damento della democrazia in Spa­gna è stato reso possibile dal ritiro dalla scena politica attiva di due isti­tuzioni, la monarchia e l'esercito. Un'altra istituzione, la chiesa catto­lica, resiste invece con tutte le sue forze e continua a essere militan­te». Iper-militante e scatenata. Poli­ticamente così presente e invasiva nei suoi uomini di punta - il cardi­nale Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, l'arcivesco­vo di Toledo Antonio Canjzares, pri­mate di Spagna e chiamato affettuo­samente «il piccolo Ratzinger» che infatti l'ha subito nominato cardi­nale, il cardinale Augustin Garcia-Gasco, arcivescovo di Valencia -, da far concorrenza e invidia ai «poli­ziotti della fede» di casa nostra, i Bagnasco, i Bertone, i Ruini. Come fos­simo ancora ai tempi felici (per lo­ro) del «nazional-cattolicismo» fran­chista, quando i preti invocavano nella messa «il caudillo per grazia di Dio». Il 9 marzo si vota qui in Spa­gna. E il match fra destra e «sini­stra», fra i cattolici-nazionali del Partido Popular e i social-liberali del Partido socialista, che sembra­va senza storia si è improvvisamen­te acceso. Ed è al calor bianco. Gli ultimi sondaggi danno il vantaggio del Psoe ridotto a un punto e mez­zo.



I giochi forse sono riaperti e la chiesa, che in questi 4 anni è stato il vero partito d'opposizione, carica a testa bassa rivedendo la possibili­tà di disfarsi dell'odatissimo Zapatero e del «furore laicista» del gover­no. Il 30 gennaio, la Commissione permanente della Cee, l'avanguar­dia dei 78 vescovi della Conferenza episcopale spagnola, si è riunita e ha deciso di «offrire» ai cattolici ma non solo «alcuni consigli per l'eser­cizio responsabile del voto». Più che consigli, ordini agli elettori e mazzate per il governo socialista. Attenti a non votare per quelle «op­zioni politiche» che, «come segnala il Papa», contraddicono «valori fon­damentali e principi antropologici radicati nella natura dell'essere umano» quali, ovviamente, «la dife­sa della vita umana in tutte le sue tappe, dal concepimento fino alla morte naturale», ovvero «la promo­zione della famiglia fondata sul ma­trimonio evitando di introdurre nel­l'ordinamento pubblico altre for­me di unione che contribuirebbero a destabilizzarla oscurando il suo carattere peculiare e la sua insosti­tuibile funzione sociale», e attenti anche a non votare per chi pone delle «difficoltà crescenti a incorpo­rare lo studio libero della religione cattolica nei programmi della scuo­la pubblica».



Perché il messaggio fosse ancor più chiaro, le loro eminenze hanno anche, valuto dedicare un punto specifico al nodo del «terrorismo», in riferimento esplicito al tentativo di Zapatero - fallito - di risolvere il nodo basco nell'unico modo possi­bile e ragionevole: il negoziato con l'Età. «Una società che voglia esse­re libera e giusta non può ricono­scere esplicitamente o implicitamente una organizzazione terrori­sta né può considerarla come un in­terlocutore politico».



«Quando sento alcuni vescovi, mi torna alla memoria il '36», dice il vecchio (ex) comunista Santiago Carrillo. Forse i vescovi spagnoli, sulle cui chiese sovente campeggia­no ancora vistose placche dedicate ai «caduti por Dios y por Espana», non saranno più esattamente co­me i loro predecessori del '36, an­che se non hanno mai ritenuto di dover chiedere perdono per aver appoggiato l'orrendo massacro gol­pista. Di certo sono a dir poco pre­conciliari e ultra-conservatori. An­zi, secondo Juan José Tamayo, teo­logo «dissidente», scrittore e profes­sore all'Università Carlos III di Ma­drid, la peculiarità della Spagna è di «avere la chiesa più conservatrice e la società più secolarizzata d'Euro­pa». Un paese in cui «l'embrione umano riceve una tutela legale mi­nore di quella che si da agli embrio­ni di certe specie animali», parole del vescovo gesuita Juan Antonio Martinez Camino, portavoce della Cee, dopo l'approvazione della leg­ge sulla riproduzione assistita.



Per la chiesa spagnola e per il Va­ticano Zapatero è il diavolo, «un estremista radicale senza paragoni nel mondo». Cominciò Wojtyla ad attaccarlo, quando nel gennaio del 2005 ricevette in Vaticano la visita ad limina dei 78 vescovi spagnoli, incurante, o forse compiaciuto di provocare un incidente diplomati­co (il nunzio apostolico a Madrid, il portoghese Manuel Monteiro de Castro, fu convocato «per spiegazio­ni» dal governo). Ha continuato e aumentato la dose Ratzinger, che per bocca del suo prefetto del Ponti­ficio consiglio per la famiglia, l'oltranzista cardinale colombiano Al­fonso Lopez Trujillo, si riferisce alla Spagna zapaterista come a «uno stato totalitario».



La nuova crociata dei vescovi spa­gnoli e delle loro appendici politi­che popolari e tardo-franchiste va contro tutto quello che Zapatero ha fatto in questi 4 anni: l'ampliamen­to delle leggi sul divorzio e del­l'aborto (in vigore dall'81 e dall'85), il matrimonio gay, le sperimentazioni sugli embrioni, gli accenni (non divenuti legge) alla morte dol­ce per i malati terminali, l'abolizio­ne dell'ora ai religione dalle mate­rie obbligatorie. Perfino l'uso del preservativo, nonostante un fugge­vole placet come «estremo rimedio contro l'Aids» di monsignor Marti­nez Camino subito costretto a ri­mangiarselo. Una chiesa senza pre­servativi e senza giovani: se l'80% degli spagnoli si definisce cattolico, il numero dei giovani fra i 15 e i 29 anni che vanno a messa è passato dal 28% del 2000 al 14% del 2004.



Se qui in Spagna, da quando nell'81 il tenente-colonnello Tejero prese d'assalto le Cortes, non si sen­te più il «tintinnare delle sciabole», si sente invece, e forte, il «frusciare della sottane». Le sottane dei preti. Che nonostante i lamenti contro il «furore laicista» del governo e la «società edonista e moribonda», godo­no ancora di un peso e un potere enormi. I rapporti stato-chiesa so­no retri dal concordato stretto nel '53 fra Franco e Pio XII, integrato dagli accordi del 79 e poi dai ritoc­chi concessi nell'87 dal governo so­cialista di Felipe, grazie ai quali lo stato ha lautamente finanziato la chiesa, fino al 2007, con lo 0.52% dell'Irpef e con una «donazione» a fondo perduto che dal '91 qualcu­no ha calcolato in almeno 500 mi­lioni di euro. Il che, in soldoni, signi­fica finanziamenti diretti per 150 milioni di euro l'anno e altri finanziamenti statali o regionali indiretti stimati fra i 3 e i 5 miliardi di euro l'anno. Nel 2007 il diavolo Zapatero ha accordato un trattamento ancor più vantaggioso alla chiesa, e solo alla chiesa cattolica, che porta la quota dell'Irpef dallo 0.52 al 7%, an­che se i vescovi chiedevano lo 0.8% all'italiana.


Ma Zapatero, anche se il 9 marzo vincerà, non deve illudersi di avere calmato i bollenti spiriti dei vesco­vi. Hanno già detto che continue­ranno a guidare oceaniche manife­stazioni di piazza, a incitare i «padri di famiglia» e i medici al diritto «al­l'obiezione di coscienza» e «alla ribellione civica», a promettere «au­tunni caldi». La «Spagna si rompe», gridano, pensando alle rotture so­ciali e al (moderato) federalismo re­gionale. Ma, come dicevano i golpi­sti del '36 sollevandosi contro la Re­pubblica, mejor rota que roja. An­che se rossa non è.

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