venerdì 8 febbraio 2008

Veleni, vendette, pugnali: vita d'artista

Corriere della Sera 8.2.08
Alleanze e rivalità Le trame di Tiziano contro Tintoretto. E Reni dovette fuggire da Napoli
Veleni, vendette, pugnali: vita d'artista
di Francesca Bonazzoli

Maurizio Cattelan contro Francesco Vezzoli come cinquecento anni fa Michelangelo e Sebastiano del Piombo contro Raffaello? Sarebbe una storia improponibile: oggi fra le star dell'arte è tutto un complimentarsi reciproco, un embrassons-nous diventato etichetta,
savoir vivre fra un ricevimento a Palazzo Grassi con il tycoon del lusso François Pinault e un roof party con l'onnipotente direttore della Tate Modern, Nicolas Serota, fra un aperitivo nel loft con la collezionista alla moda Miuccia Prada e la cena con il direttore della grande banca.
Impossibile immaginare le nefandezze di 500 anni fa, le meschinità e le mediocrità plebee, gli avvelenamenti e gli omicidi, il lezzo da bassifondi che emanava dalle contese fra gli artisti del passato. Trame da romanzo — tutte sesso, sangue e vendette, come quella che Dumas scrisse sulla avventurosa vita di Benvenuto Cellini, pluriassassino, donnaiolo e sublime orafo di papi e re — non ce ne sono più.
E nemmeno personalità ciniche e spregiudicate come Tiziano, il quale, per arginare il giovane allievo Paris Bordon che a soli diciott'anni, racconta il Vasari, aveva ricevuto la commissione di un dipinto per la chiesa di San Nicolò, «fece tanto con mezzi e con favori, che gliele tolse di mano, o per impedirgli che non potesse così tosto mostrare la sua virtù, o pure tirato dal disiderio di guadagnare». Allo stesso modo, quando si trattò di decorare la nuova Libreria costruita dal Sansovino, Tiziano propose ai procuratori di San Marco una rosa di pittori da cui mancava il nome di un altro giovane rivale, il Tintoretto, e invece compariva quello del Veronese, personalità più docile, manovrabile come una pedina contro il talentuoso Tintoretto.
Sempre per eliminare la concorrenza, si era persino mormorato di sicari prezzolati riguardo all'improvvisa morte per avvelenamento del Pordenone arrivato a Venezia riscuotendo subito le lodi di tutti e minando così l'assoluta autorità di Tiziano. Costui godeva di una fama talmente cattiva che quando il figlio Orazio si recò a Milano per incassare dei soldi, lo scultore Leone Leoni gli tese un agguato e lo pugnalò, spedendolo all'ospedale in fin di vita. Forse Tiziano aveva pestato i piedi al Leoni quando entrambi si trovavano ad Augusta, dall'imperatore, oppure aveva ricevuto il messaggio di non provare nemmeno a mettere piede a Milano per accaparrarsi anche lì tutti i lavori. Un avvertimento simile era arrivato nel 1622 al bolognese Guido Reni, quando accettò l'incarico di decorare la cappella di San Gennaro, a Napoli. Appena messo piede nella più grande e putrescente metropoli d'Europa, il suo servo cadde in un agguato e il Reni, capito il segnale, ripartì subito.
Più imprudente, il Domenichino accettò e nel 1641 ci lasciò le penne. I pittori locali Battistello e Belisario, assieme al Ribera, cominciarono a parlare male di lui e a sabotargli il lavoro finché un giorno lo trovarono morto, senza aver potuto terminare l'opera. A Roma, invece, Borromini mise fine da solo, buttandosi sulla spada, a una vita avvelenata dalle maldicenze e dalla concorrenza spietata del Bernini. Era un mondo adulto, direbbe Paolo Conte, dove si sbagliava da professionisti. Oggi, invece, grazie a Dio, è un cocktail party.

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