giovedì 17 gennaio 2008

Università, mille anni d’educazione alla libertà

L'unità, 17/01/2008
Università, mille anni d’educazione alla libertà

di Michele Prospero

Quella di Napoli
fu fondata
nel 1224
da Federico II
che chiamò un ceto
di specialisti laici

È dal Seicento
con la nascita
della scienza moderna
che la Curia comincia
ad attaccare
i «fisici perniciosissimi»

Dal 1088 a oggi
storia di un’«autonomia»

Sono ancora calde le polemiche sull’invito del Papa all’apertura dell’Anno Accademico della Sapienza. E sono anche debordate dall’oggetto in questione (come spesso accade nel nostro Paese) inondando altri «oggetti», ad esempio la guerra tra laici e cattolici, finendo per farci perdere il nocciolo della questione: ha senso che il pontefice sia l’ospite d’onore dell’avvio dei lavori di una istituzione che si occupa del sapere e della cultura? Di espressioni dell’attività umana che prescindono dalla fede? Non è l’università un «ente autonomo»? Ecco, allora, per rinfrescarsi la memoria, proponiamo in questa pagina una breve storia dell’università. Nata in Italia a Bologna nel 1088. Con questo spirito: l’attività universitaria è un’attività in cui uno studioso traccia i confini di una disciplina e conduce entro questi confini una ricerca rigorosa per amore del sapere; questo studioso, mentre ricerca, trasmette le sue conoscenze a una comunità di allievi che lo seguono liberamente, al di fuori di ogni altra istituzione ufficiale, sia essa la Chiesa o lo Stato; la società può rivolgersi a questo centro di ricerca per usarne le conoscenze a fini pratici.

C’
è un che di evocativo nella storia della Sapienza. L’università di Roma, che ha in questi giorni spinto il papa al gran rifiuto, fu fondata nel 1303 proprio da un papa, Bonifacio VIII che di affronti, e non solo metaforici, ne subì parecchi. Conobbe prigionia, congiure, forse schiaffi e oltraggi. Questo ricco giurista «principe de’ novi Farisei», come lo chiamò Dante, dopo aver indotto Celestino V a rinunciare al soglio di Pietro e alla mortale prigionia, sfidò, incurante di ogni anacronismo, le potenze nascenti della nuova Europa. La sua rivendicazione di uno spazio pubblico egemone per la fede, la sua richiesta di esenzioni fiscali per il clero, lo indussero a scontri spesso cruenti. Umiliante fu la sconfitta che ricevette ad opera di re Filippo il Bello che rigettò ogni pretesa in campo tributario della chiesa. Agli scacchi politici sonori, il papa reagì organizzando il primo giubileo (che vide l’affluenza di un «esercito» molto ampio disse Dante) e si concesse alla folla dicendo: «Io sono Cesare, io sono l’imperatore». Con Filippo il Bello il monito rivolto ai potenti perché concedessero esenzioni dalle tasse e si inginocchiassero al cospetto del vescovo di Roma però non funzionò. La potenza reale di un monarca assoluto trionfò in Francia sulle illusioni di un papa che cullava ormai fragili e velleitari sogni autocratici di Respublica christiana. Non furono di sicuro estranei alla decisione di Bonifacio di fondare la Sapienza il suo anelito di dominio e una cura quasi narcisistica della propria immagine (ancora vivo, si fece raffigurare in quadri di Giotto e in una impressionante quantità di statue erette ovunque).
Le università nacquero a ridosso della fioritura della grande civiltà comunale (a Bologna se ne hanno tracce già nell’XI secolo) e si svilupparono proprio in questo clima di scontro aperto tra la chiesa (che rivendicava la fusione delle due spade, la temporale e la spirituale), l’impero e i nuovi re nazionali che reclamavano il pieno controllo del territorio, dei tributi e dell’immaginario. Federico II affrontò in campo aperto la chiesa, la prima istituzione peraltro a fare un uso pubblico dell’università, e non solo perché quasi tutti i papi erano laureati ma perché nella sua ossatura amministrativa si avvaleva di competenze d’ufficio e di un diritto canonico formalizzato e con una forte impronta romanistica. Federico nel 1224 fondò a Napoli la prima università statale d’Europa con l’ambizione di erodere la supremazia culturale della chiesa e dell’università di Bologna così rinomata negli studi giuridici (il suo stretto collaboratore Pier delle Vigne si era formato proprio a Bologna). Con la fondazione dello Studio di Napoli, al quale chiamò ad insegnare i giuristi e i filosofi più prestigiosi, Federico intendeva fornire una formazione laica a un corpo tecnicamente attrezzato di funzionari pubblici. Questo ceto di specialisti, non più di estrazione ecclesiastica, avrebbero dovuto sentire lo Stato e non la chiesa come fonte unica di obbligazione negli affari pubblici.
Sebbene le istanze di un controllo politico centralizzato fossero molto pressanti, lo studio di Napoli fu la fucina di un sapere d’impronta laica e, per l’epoca, di sapore tollerante (si studiavano i cattivi maestri del tempo e cioè i filosofi arabi, ebraici e greci, un po’ come a Padova i cui corsi universitari erano stati inaugurati nel 1222). L’apertura e la profonda libertà dello studio napoletano si ricava dal fatto stesso che nei suoi banchi si formò nientemeno che san Tommaso d’Aquino, cugino di Federico. L’Aquinate, teologo scrutato con un certo sospetto dalla chiesa per il suo dialogo imbarazzante con Averroè e Aristotele, fu richiamato a Napoli nel 1272 da Carlo d’Angiò per fondare la facoltà di teologia presso il convento di San Domenico Maggiore (lo stesso dove furono ospitati personaggi perseguitati e inquieti come Campanella e Giordano Bruno e che per qualche tempo fu sede anche dello Studio pubblico o università). Solo in una università pubblica, come quella fidericiana, erano pensabili quegli innesti di saperi pagani e blasfemi che un peso ebbero eccome nella struttura del pensiero tomista, così sensibile ad alcune eversive istanze teoriche del naturalismo averroista. Rispetto alle università francesi (alla Sorbona), quelle sorte nei principali comuni italiani (Bologna, Padova soprattutto) conservarono per un certo tempo una spiccata autonomia dal controllo ecclesiastico e insegnarono una materia dalla genesi così palesemente pagana come il diritto romano, bandito invece dalla chiesa all’università di Parigi.
Le tesi di Averroè (la più scottante era senz’altro quella secondo cui il mondo è eterno e pertanto non creato), su precisa istanza dottrinale avanzata dal papa, furono colpite dalla condanna promulgata dal vescovo di Parigi nel 1277. Una commissione di 16 maestri di teologia dirimeva nell’università parigina le dispute metafisiche e denunciava gli «errori» di chi non riconosceva la onnipotenza divina nella determinazione dell'ordine del mondo. Il controllo dottrinale era opprimente. Con un abile ribaltamento semantico, le accuse di dogmatismo ricadevano proprio sulla libera filosofia di Averroè ed Aristotele, esempi di vana curiositas, mentre non dogmatica e luminosa era considerata la verità della fede che si imponeva con la sua certezza assoluta al gracile paradigma dei saperi. La pretesa di ricondurre alla supervisione della teologia il discorso fisico-naturale durò molto a lungo dopo la denuncia dell’error Averrois. Non a torto Koyré ha affermato che il moderno incomincia non tanto dalla scoperta dell’America quanto dalla comparsa nel 1453 di un testo essenziale di Copernico circa il movimento della terra. Questo prete polacco nel suo De revolutionibus orbium caelestuium condensò in una formula esplosiva il distacco necessario dei saperi fisico-naturali dalla custodia teologica: «Mathemata mathematicis scribuntur». Cioè «la matematica si scrive per i matematici», e non per i teologi, del cui giudizio si può fare tranquillamente a meno. Lo stesso invito al silenzio lo rivolse ai teologi anche Alberico Gentile per fondare, nel 1588, esule a Londra, il moderno diritto internazionale. Silete teologi in munere alieno! era la sua ferma intimazione.
In una Europa sempre più policentrica prendeva ormai quota lo Stato territoriale che spezzava ogni pretesa di fondare sull’altare il sostegno dei troni. Religione e politica sotto le monarchie assolute trovarono nuove sintesi che rovesciavano i pilastri della cristianità medievale. In molti Stati la fede divenne uno strumento del controllo politico e del disciplinamento sociale. Hobbes si fece interprete di questa esigenza di una sovranità dello Stato da far valere anche sulla chiesa. Per Hobbes il diritto è nient’altro che ius positivum, comando posto cioè da un’autorità, che si esprime sempre più con una lingua nazionale, e non dalla Verità che ricorre al medium del latino e al potere ermeneutico del clero. Il legalismo giuridico hobbesiano postulava un efficace controllo sulle università percepite come possibili luoghi di sedizione. Proprio Hobbes tuttavia coglieva l’essenza dell’università pubblica vista come sede in cui vale solo la dimostrazione che prevale sull’autorità e sull’oscurantismo religioso. In età moderna la separazione tra Stato e chiesa ha condotto a sistemi di istruzione laica che hanno eroso le posizioni a lungo dominanti del clero e hanno concesso autonomia alla ricerca affrancata dai rigidi controlli autoritativi. Dopo la spada, la moneta e anche il sapere è diventato un irrinunciabile status symbol del moderno Stato. In Italia, però, a causa del ritardo con cui lo Stato è sorto, ci sono state lunghe fasi di ripiegamento provinciale e dialettale, momenti di stagnazione sociale e culturale, di cupa restaurazione religiosa (condanne a vario modo hanno coinvolto Dante, Boccaccio, Machiavelli, Pomponazzi, Galilei). Per questo un paese che pure nel ‘600 contava 25 università (un record europeo) non riuscì a dare uno sbocco politico-statuale alle nuove istanze culturali del moderno.
Le dispute tra fede e sapere, che appassioneranno ancora Hegel sul piano speculativo, per le scienze empiriche sono invece diventate del tutto sterili: le controversie si risolvono solo con gli strumenti verificabili dei saperi speciali. Risiede proprio qui l’ossatura oggettivamente laica del paradigma scientifico, e a nulla sono valsi indici dei libri proibiti (la corona inglese precedette la chiesa nel redigerli), sillabi, censure, roghi e processi. Tutti gli interrogativi sulle idee, sulle cause, sull’anima, sul mistero dell’inizio si risolvono con il rigore dell’analisi. Qui risiede un punto di non ritorno. A togliere la parola al teologo, da questo punto di vista, non è certo l’esuberanza giovanile dei collettivi studenteschi o il laicismo demodé di 67 fisici (di «fisici perniciosissimi» la curia parlava già nel 1676). A rendere afona la voce delle potenze spirituali è la logica specifica delle scienze (le scienze della terra poi sono così irriguardose quando mostrano che per formare un pianeta come la Terra sono occorsi 100 milioni di anni; neanche le neuroscienze scherzano quando descrivono le idee come un casuale meccanismo di trasmissione chimica di impulsi nervosi). La microbiologia, la biochimica, l’ingegneria genetica, la fisica delle particelle elementari, l’astrofisica con le loro acquisizioni demoliscono gli ultimi pregiudizi religiosi. Esse espellono cause finali, sensi ultimi delle cose e ricostruiscono il disordine, la contingenza, il caso, le grandi catastrofi evolutive. L’indipendenza che le universitates dovevano assicurarsi oggi si tutela con il materialismo muto delle scienze.

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