sabato 19 gennaio 2008

Quel dialogo tra teologia e scienza

La Repubblica 19.1.08
Quel dialogo tra teologia e scienza
di Franco Cordero e Gad Lerner

«Dialogo», trisillabo dal bel suono: la prima sillaba indica un moto; le due seguenti significano parola, discorso, pensiero; sommate, evocano dei colloqui. L´atto è tale quando i contenuti mentali circolano secondo regole condivise dai collocutori. Nel poker il primo alla sinistra del mazziere passa o apre: i partners intervengono o no; seguono operazioni relative alle carte, ecc. È un gioco, talvolta serio, anche comunicare idee su cose del mondo o puri teoremi: spesso i partecipanti muovono da posizioni diverse; l´esito dipende dal fair play; nell´ipotesi virtuosa nessuno bara e sopravviene l´accordo, magari nel senso che non consti niente. In un trattatello postumo Schopenhauer enumera 38 stratagemmi con cui farsi dare ragione, l´abbiamo o no, ma un pubblico sveglio ed equanime vede i trucchi. La regola della decisione è prodotto storico. Solo qualche fondamentalista bigotto presuppone in Adamo lumi intellettuali infusi dal Creatore: ci vogliono milioni d´anni; attraverso un lento sviluppo organico animali umani imparano parola e pensiero; l´affascinante dialettica platonica contiene ancora i sedimenti della mente primitiva; due generazioni dopo, Aristotele li segnala ironicamente. Quasi ab immemorabili il vaglio dei discorsi avviene secondo due criteri: coerenza formale e vaglio empirico; la somma degli angoli d´un triangolo dà 180°; le malattie infettive sono causate da microrganismi, e via seguitando sul filo d´innumerevoli massime assiduamente vagliate; Tolomeo non ha più credito, idem la germinazione spontanea, negata da Pasteur, o i biblisti che datavano la creazione 4000 a. C. Va meno bene nelle scienze dell´uomo, infestate da fumo verbale, ma l´ascoltatore attento se ne accorge ed è impossibile istupidirli tutti o almeno sinora nessun stregone c´è riuscito.
Il dialogo corre fin quando i collocutori stiano dans les règles: violate le quali, gli scambi verbali diventano paradosso più o meno geniale o stramberia, sopruso, vaniloquio; ha poco senso discutere una geometria dove gli angoli del triangolo diano più o meno dei soliti 180°, o sistemi fisici senza entropia; l´equivalente nella pratica dei giochi è l´atto con cui il perdente d´un poker pretenda d´avere vinto perché le donne valgono più degli assi. Ora, siamo fuori dell´universo dialogato (nella forma storica in cui l´ha configurato una cultura millenaria) quando logica ed esperienza non contino, essendo imposta la regola da autorità soi-disantes infallibili. L´asserito errore diventa delitto: l´individuo anomalo va riconfigurato; altrimenti i custodi lo estirpano affinché non ne contagi altri; ogni apparato ecclesiocratico aspira al dominio psichico, perciò addestra degl´inquisitori. L´esempio classico del paziente inerme sotto l´ordigno repressivo è Miguel Serveto, aragonese nomade, troppo intelligente per rinchiudersi nelle maglie d´una ortodossia e così incauto da non nascondere i pensieri devianti, anzi li espone: poco male finché discute materie mediche (descrive la circolazione del sangue un secolo prima che la scopra William Harvey); in due libri giovanili sostiene che la Trinità sia un pastiche da non pigliare sul serio; s´è attirato l´odio dei protestanti; toccato nella «Cristianismi restitutio», Calvino gli rende il colpo con una denuncia all´inquisitore cattolico; evaso dalla prigione, incappa nella mano calvinista; invano sostiene che questioni simili siano liberamente disputabili tra persone colte, e nega d´avere disseminato idee sovversive; rende l´anima venerdì 27 ottobre 1553, arso vivo. Capita anche in casa cattolica. Lo sfratato Giordano Bruno soccombe dopo sette anni d´una torpida inquisizione su questioni aperte, mancando prove risolutive: al banco filosofico vale molto ma gli hanno scovato idee empie; che innumerevoli mondi esistano da sempre; le anime trasmigrino; lo Spirito santo sia anima mundi; qualche fonte biblica richieda una lettura correttiva; vivessero uomini prima d´Adamo, ecc. Giovedì mattina 17 febbraio 1600 va al rogo, col morso perché aveva in gola «bruttissime parole». Trecentodue anni dopo monsignor Angelo Mercati, storico della Chiesa, pubblica gli atti del processo: era condanna legittima, sostiene; e «l´Osservatore romano», 20 giugno 1942, insulta l´anima maledetta. Gesto turpe, da patibolo, risponde Benedetto Croce («La Critica», 1942, 283s.), ma altrove aveva lodato l´ortopedia mentale inquisitoria.
Non era un collocutore raccomandabile il Sant´Ufficio. Lo sono gli eredi? Mutato l´ambiente culturale, cadono gli autodafè, forse rimpianti da qualche reazionario: oggi nessuno toccherebbe in corpore l´aragonese Miguel Serveto e l´errabondo fratel Giordano; il brachium saeculare sopravvive in forme larvate quali censure, spesso spontanee, o interdetti silenziosi. Resta il blocco dogmatico, preteso possesso d´una verità assoluta, incompatibile con le procedure della ragione laica. Gli ukase ottocenteschi erano duri. Vediamone alcuni dall´indice del manuale classico (H. Denzinger, «Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum»», § 14, voce «Ecclesia, Relationes ad scientias», ed. 21-23a): la Chiesa «auctoritatem habet» in materia filosofica, anche dove manchino ancora definizioni espresse; perciò non tollera «errores philosophicos»; conclusioni contrarie alla fede non sono mai scientificamente legittime. Poi il lessico suona meno brutale, fermo restando l´asserito monopolio. Nell´ultima versione la pretesa dogmatica diventa gentile metafora botanica: rimasta sola, la ragione inaridisce come l´albero le cui radici non tocchino l´acqua; dunque, renda ossequio alla «verità» custodita dalla Chiesa. Qui bisogna intendersi. Scienza e tecniche avulse da premesse etiche incubano sventure, verissimo, ma l´etica è invenzione umana, su cui le religioni hanno poco da dire, quando non la negano. Esposta in termini coerenti (vedi Calvino), la teologia agostiniana ecclesiasticamente codificata è fiaba nera: rispetto a quel Dio-orco sono passatempi futili le perversioni descritte nelle «Cent Vingt Journées de Sodome»; non potendola predicare così, perché svuoterebbe le chiese, né riabilitare l´umanista cristiano Pelagio, fautore d´una religione senza apparato ecclesiastico, l´autorità conia formule equivoche, dove una cosa non esclude l´opposta, e diventa merito la sordità logica; i devoti inghiottono tranquilli qualunque contraddizione. Il credente curioso vuol sapere quali canoni valgano ancora, ma è poco probabile che glielo dicano: costerebbe troppo; la soi-disante verità immutabile dura finché non se ne parli chiaro; da lì svanisce, onnivora essendo l´intelligenza critica; perciò ogni regime ecclesiocratico la combatte arruolando degli stupidi nelle polizie del pensiero. Un esempio: è lodevole pedofilia mandare in paradiso feti e bambini morti senza battesimo, ma dove finisce il peccato originale, clou della teologia cristiana?; cade l´unica pseudo-giustificazione, in chiave tribale, della scelta ante mundum con cui Iddio predetermina le sorti delle creature; inorridiscono i santi Agostino, Tommaso, Bonaventura, l´eretico Calvino et ceteri. Insomma, siano benvenuti i dialoghi, purché nessuno sfoderi atout abusivi e ciascuno sappia con chi gioca.

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