mercoledì 9 gennaio 2008

La storia non scritta del femminismo

Repubblica 9.1.08
Un saggio di Anna Rossi Doria sul silenzio delle donne
La storia non scritta del femminismo
di Miriam Mafai

È stata un´utopia diventata concreta, una stagione felice e breve, chiusa irreparabilmente dagli eventi del 1977 culminati nell´uccisione di Aldo Moro

«Ogni generazione ha diritto di scrivere per prima la storia degli eventi cui ha partecipato», scriveva Marc Bloch. Forse ne ha anche il dovere. Ma per il femminismo degli anni Settanta questo non si è ancora verificato. Qualcuno, o meglio qualcuna di coloro che hanno animato o partecipato al movimento femminista ci prova. Ma restano storie parziali, abbozzi di autobiografie, raccolte di documenti, primi avvii di ricerca. Anche quando chi scrive è stato tra i protagonisti di quelle vicende. E´ il caso di Anna Rossi Doria, uno dei nostri migliori storici, che ha dedicato gran parte del suo lavoro alla storia delle donne, e che non a caso ha scelto per questa sua ultima fatica un titolo allusivo e intrigante. (Anna Rossi Doria: Dare forma al silenzio, Viella, pagg. 320, euro 27).
Il silenzio delle donne, esordisce l´autrice, «è antico, profondo, tenace, particolarmente pesante nella sfera politica che fu a lungo, insieme al diritto, il luogo della massima esclusione delle donne. L´individualità e la cittadinanza, tra loro strettamente connesse, verranno conquistate dalle donne alla fine di un processo difficile e contrastato, durato nei paesi occidentali oltre un secolo e non interamente compiuto nemmeno oggi».
A questa tormentata vicenda sono dedicati i saggi della prima parte del libro. Vengono ricostruiti così momenti importanti della storia inglese americana e italiana degli ultimi due secoli segnati dalla lotta condotta da gruppi e associazioni femminili per accedere alla politica e ridefinirla. Si va allora da una analisi della legislazione vittoriana sul lavoro delle donne a una ricostruzione delle lotte e delle idee del suffragismo, fino ad una ricostruzione attenta della presenza delle donne sulla scena politica italiana sia nel dibattito politico nella fase della Resistenza (generalmente ignorato o sottovalutato) sia nella fase della conquista del voto e della elaborazione della nostra Costituzione.
Una seconda, corposa parte del lavoro della Rossi Doria è dedicata alle vicende del nostro femminismo. L´autrice ha incontrato a suo tempo il femminismo e lo ha vissuto intensamente «con l´entusiasmo», scrive «di quella che mi pareva un´utopia diventata concreta, una stagione felice e breve, chiusa irreparabilmente dagli eventi del 1977 e dal delitto Moro».
Secondo la periodizzazione della Rossi Doria, la stagione «felice e breve» del femminismo italiano può essere scandita in quattro fasi: la nascita (1968-1972), i collettivi (1972-1974), il movimento di massa (1974-1976), la crisi (1977-1979). E dalla crisi il movimento uscirà rifugiandosi nel lavoro culturale, nella pratica «intraducibile» dell´autocoscienza, fondando librerie, associazioni, riviste, circoli tra cui il famosissimo Virginia Woolf di Roma. Sarà il terrorismo, ha ragione la Rossi Doria, a chiudere, in modo drammatico, la disordinata ma felice stagione dei movimenti. Di tutti i movimenti, compreso quello dei giovani e degli operai. Ma il femminismo ostenta, come ci riferisce in una sua lontana ma importante ricerca Anna Maria Mori, la sua indifferenza rispetto al terrorismo. L´appello di quelle settimane al senso dello Stato e alla pietà per le vittime non raggiunge le donne che partecipano a quel movimento, non le riguarda.
La storia del femminismo (che è, evidentemente, cosa diversa dalla storia della donne) è ancora comunque tutta da scrivere, per metterne in luce limiti successi e paradossi. Il primo dei quali, scrive l´autrice, è quello per cui «le elaborazioni femministe che hanno prevalso negli anni Ottanta e Novanta, legate alla impostazione filosofica del pensiero della differenza hanno costruito e trasmesso una visione per cui proprio il femminismo italiano, che aveva avuto un carattere di massa superiore a quello di ogni altro paese, è stato invece rappresentato come un percorso di piccoli gruppi o singole pensatrici, sia pure grandi, Carla Lonzi su tutte». Una contraddizione, certamente. Confermata dal fatto che in generale il femminismo italiano, molto critico nei confronti del movimento di emancipazione che aveva contrassegnato tutta la storia del dopoguerra, si disinteressò alla elaborazione e alla conquista di leggi che pure hanno segnato un reale avanzamento della condizione delle donne nel nostro paese. Basti ricordare a questo proposito la legge sul divorzio e quella sull´aborto (confermate dai successivi referendum), quella sui consultori, sul nuovo diritto di famiglia, sulla parità. Leggi peraltro rivendicate da un vasto movimento di donne e salutate da quel movimento e dalla opinione pubblica democratica come uno storico successo.
In questa contraddizione (o in questo sovrapporsi) tra un vasto movimento di massa e il percorso ideologico di piccoli gruppi sta forse il mistero o il fascino del femminismo italiano. E la difficoltà di ricostruirne una storia completa, che tenga insieme le due anime o le due vicende: quella del movimento di massa e quello dei piccoli gruppi e di singole teoriche del «pensiero della differenza».
Ma sta qui anche, probabilmente, la radice del misterioso ma felice sopravvivere del movimento, nonostante gli anni che ci separano da allora e da quel dibattito culturale. Vanno ricercate probabilmente in quelle lontane contaminazioni (tra movimenti di massa e spinte culturali) e in quelle contraddizioni la capacità «carsica» del movimento, il suo improvviso o imprevisto riemergere, quasi a sorpresa, come è accaduto recentemente prima nel corso della manifestazione milanese a difesa della legge 194, poi nel corso della manifestazione romana contro la violenza.

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