domenica 20 gennaio 2008

Il delitto di Piero della Francesca, «Nella tavola Federico da Montefeltro uccide il fratellastro»

Corriere della Sera 20.1.08
Ipotesi Da Bernd Roeck una nuova interpretazione della «Flagellazione». Replica Silvia Ronchey
Il delitto di Piero della Francesca
«Nella tavola Federico da Montefeltro uccide il fratellastro»
di Pierluigi Panza

Da quando La Flagellazione di Piero della Francesca fu notata dallo storico dell'arte David Passavant a inizio Ottocento nella sacrestia del Duomo di Urbino, le interpretazioni sulla tavola non si sono mai fermate (lo storico Marilyn Aronberg Lavin ne ha contate 35). Il motivo è semplice: di per sé questa tavola, realizzata tra il 1444 e il 1478 e ora custodita alla Galleria delle Marche di Urbino, non «parla»; in assenza di un codice che decifri le «due scene» dipinte — la flagellazione di Cristo, a sinistra, e tre uomini in primo piano a destra — lascia attoniti gli osservatori.
Desta tuttavia interesse che, nel giro di poco più di un anno, siano uscite due letture dell'opera completamente diverse. La prima, espressa in L'enigma di Piero
(Rizzoli), è della bizantinista Silvia Ronchey (il Corriere ne ha dato notizia il 13 aprile del 2006); la sua tesi è che la tavola simboleggi la caduta di Bisanzio del 1453 in mano ai turchi. E i personaggi dipinti sarebbero (da sinistra), l'imperatore Giovanni Paleologo seduto come Ponzio Pilato che assiste inerme alla flagellazione di Cristo-Bisanzio da parte del sultano turco (di spalle) mentre — nella parte destra— il cardinal Bessarione accompagna al Concilio del 1438 l'erede al trono di Bisanzio, Tommaso Paleologo (biondo in tunica rossa) per chiedere aiuto ai principi latini d'Europa, rappresentati da Niccolò d'Este (primo a destra).
La seconda interpretazione esce invece ora a firma dello storico tedesco Bernd Roeck e si intitola Piero della Francesca e l'assassino (Bollati Boringhieri, pp. 260 e
22). La tesi di Roeck è che La Flagellazione
raffiguri un crimine consumatosi cinque secoli fa. E ne rivela il mandante. Anche per Roeck, la figura chiave dell'opera è il giovane biondo scalzo in «camixa» (da notte) rossa al centro della parte destra della tavola che corrisponderebbe però, non a Tommaso Paleologo, bensì a Oddantonio da Montefeltro, duca di Urbino, svegliato di soprassalto e assassinato nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1444 da alcuni sicari mentre era scalzo e in camicia rossa da letto, divenuta poi rossa per il sangue.
Chi fu il mandante di questo omicidio? Piero della Francesca lo rivelerebbe per Roeck attraverso le altre figure. Intanto, parte destra e sinistra del quadro hanno dei corrispettivi: a sinistra è simboleggiato l'omicidio di Oddantonio con i protagonisti allegorizzati; a destra, invece, ci sono i protagonisti stessi. La figura di Oddantonio è rappresentata a destra nel giovane in camicia rossa e, a sinistra, nel Cristo flagellato e messo a morte dai sicari (i personaggi intorno a lui). Sulla base della Legenda aurea di Jacopo da Varagine (nota anche a Piero), Roeck identifica nella figura di Ponzio Pilato (il primo seduto a sinistra) quella di Federico da Montefeltro (il «bastardo legittimato», si diceva allora), che dopo l'omicidio di Oddantonio giunse da Pesaro sotto le mura di Urbino, e prese possesso della città. Per lo studioso tedesco, sulla base degli osservatori del XV secolo (Pio II compreso) non c'è dubbio che sia stato lui il mandante dell'omicidio. E lo spiega con riferimenti storici. La figura di Pilato lo rappresenta mentre osserva, come mandante, l'assassinio del fratellastro (Cristo-Oddantonio).
Federico, il fratricida, sarebbe raffigurato anche a destra. Sempre sulla base di Jacopo da Varagine, andrebbe identificato nella figura barbuta, facilmente riconoscibile come quella di Giuda il traditore del «fratello» Cristo, perché è una delle rare figure che venivano allora ritratte con la barba. Seguendo la stessa fonte, il terzo uomo di destra, con il vestito di broccato, sarebbe Ruben, padre di Giuda, ovvero Bernardino Ubaldini della Carda, padre naturale di Federico (che non era vero figlio di Guidantonio da Montefeltro e, pertanto, non destinato a regnare se non avesse commesso un fratricidio). La tavola, dunque, simbolizzerebbe l'omicidio di Oddantonio per mano di Federico da Montefeltro. Sulla base di osservazioni sull'uso del gesso e dell'olio, Roeck tende a datare la tavola agli anni Sessanta.
Lo storico tedesco individua anche alcune fonti dell'architettura del dipinto, ispirata a Leon Battista Alberti. Le riprese iconografiche (palmette e cassettoni) indicherebbero la presenza di Piero a Roma, poiché vengono fatte risalire a decorazioni del Settizonio e dell'Arco di Settimio Severo. Ma la colonna alla quale è legato Cristo ha anche un significato che allude all'omicidio: Oddantonio era figlio di Caterina Colonna, e una colonna ovviamente ornava lo stemma familiare. Per altro, un antenato di Oddantonio, Giovanni Colonna (post 1175-1245) aveva portato da Gerusalemme a Roma un frammento di marmo africano noto per essere la colonna della flagellazione di Cristo. Per Roeck, dunque, la tavola fu commissionata a Piero proprio da un membro di questa famiglia, e non certamente dal Montefeltro, come da tradizione si credeva, raffigurato qui come assassino.
Si tratta di una ricostruzione affascinante, non da tutti gli studiosi condivisa: si veda, ad esempio, la recensione uscita sul Journal für Kunstgeschichte dove si parla di Roeck come di un «secondo Dan Brown che vuole rivolgersi a un pubblico voglioso di sensazioni con un Della Francesca Code ».
Storicamente, dopo la morte di Oddantonio, nel carnevale 1446, a Urbino scoppiarono tumulti, e Federico fece decapitare alcuni oppositori che avevano tentato un agguato contro di lui. Salvò solo due parenti, Battista e Antonio Niccolò del Conte, che erano stati fedelissimi di Oddantonio, e si rifugiarono a Rimini da Sigismondo Pandolfo Malatesta, altro fratricida e antagonista di Federico.
La bizantinista Silvia Ronchey, autrice di «L'enigma di Piero» (Rizzoli). L'altra interpretazione è «Piero della Francesca e l'assassino» di Bernd Roeck (Bollati Boringhieri)

Controcanto
«No, qui si racconta la caduta di Bisanzio»

Per sapere da che parte pende la bilancia dell'interpretazione tra Silvia Ronchey e Bernd Roeck si dovrà attendere il 23 giugno, quando i due s'incontreranno in «singolar tenzone» all'Istituto tedesco di studi veneziani di Palazzo Barbarigo (Venezia).
«Siamo su due registri diversi perché siamo studiosi diversi; io continuo a credere che la mia visione da bizantinista resti più ampia e appropriata», racconta la Ronchey, che attribuisce le tante interpretazioni contemporanee della
Flagellazione proprio al fatto che «questa tavola è vicina al nostro spirito del tempo, al rapporto critico tra Oriente e Occidente».
Quanto al ritorno d'interesse per il metodo waburghiano (secondo il quale le immagini allegorizzano altri significati) è determinato dalla volontà «di comprendere ciò che in passato era chiaro e oggi non più. Ci rendiamo conto che personaggi ritratti, costumi e architetture erano dipinti secondo un codice che abbiamo perso.
Queste letture ci fanno accorgere che la cultura di oggi è più povera».
Ma cosa pensa della tesi di Roeck? «Già nel Rinascimento si davano una pluralità d'interpretazioni. Io non credo alla tesi di un assassinio. Trovandomi nella posizione di chi guarda il Quattrocento a 360 gradi, ritengo di avere una visione più completa. E pertanto penso che la tavola allegorizzi la caduta di Bisanzio».
P.P.

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