venerdì 18 gennaio 2008

Dal processo Pierobon a don Bettazzi Il tortuoso iter che portò alla legge 194


Dal processo Pierobon a don Bettazzi Il tortuoso iter che portò alla legge 194

Il Riformista del 18 gennaio 2008, pag. 2

di Giambattista Scirè

Pubblichiamo la prima parte di un saggio in due puntate che ri­costruisce il lungo cammino per la regolamentazione dell'aborto: i passaggi che portarono alla promulgazione nel '78 della legge 194 e la battaglia referendaria che seguì.

La vicenda della regolamen­tazione dell'aborto in Ita­lia si è contraddistinta per un vasto dibattito culturale, so­stenuto ad alti livelli, e ha avuto un iter parlamentare molto tra­vagliato. Gli sviluppi delle rifles­sioni filosofico-religiose e politi­co-sociali sul quesito della vita hanno avuto importantissime implicazioni nel corso degli Set­tanta; questa stagione è sostan­zialmente dietro l'angolo ma, secondo le analisi che leggiamo in questi giorni sui quotidiani, sembra del tutto dimenticata. Per questo appare necessario ri­percorrerla sinteticamente.

La questione dell'aborto è una tematica indubbiamente complessa e delicata, che impli­ca il diretto coinvolgimento del­le funzioni della famiglia, della società e dello Stato. Il fenome­no dell'aborto clandestino ave­va assunto, infatti, nel corso dei secoli, una diffusione così alta da richiedere di esse­re affrontato dal punto di vista legi­slativo. L'ordina­mento civile dei vari Stati, limitatosi per lungo tempo a rical­care la visione reli­giosa, iniziò solo in età moderna a disciplinare il problema, sulla scia delle prime acquisizioni scienti­fiche nel campo della fecondazione e dello sviluppo embrio­nale. Fu soprattutto nell'Occi­dente di derivazione illuminista e ispirazione liberale, che, a par­tire dagli anni Cinquanta, si ini­ziò a riflettere sulla problemati­ca da un punto di vista laico.

H primo atto, sul piano in­ternazionale, fu l'approvazione all'unanimità, il 20 novembre 1959, da parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite, della Di­chiarazione dei diritti del fanciullo, che tutelava giuridica­mente, prima e dopo la nascita. il diritto alla vita, ribadendo la dignità di persona spettante a ogni essere umano. A questo principio si rifecero ugualmente, ma con motivazioni diverse, i sostenitori delle opposte tesi sulla liceità dell'aborto.

Da un lato, netta era la posi­zione di condanna da parte del­la Chiesa verso chi praticasse l'aborto, qualunque fosse il grado di sviluppo del feto (il diritto canonico comminava la scomunica latae sententiae). Così si era espressa, prima con Pio XI, nel­l'enciclica Casti connubii del 1930, poi, con Paolo VI, nella Humanae vitae del 1968. In par­ticolare, quest'ultimo aveva in-flitto un duro colpo al principio della collegialità nell'esercizio dell'autorità ecclesiastica, sanci­to durante il Concilio Vaticano II, riaffermando il suo divieto al­la contraccezione, dopo che, qualche anno prima, a seguito della scoperta della pillola anti­concezionale Pincus, una ponti­ficia commissione per lo studio dei problemi della famiglia e della natalità (istituita da Gio­vanni XXIII e composta oltre che da religiosi anche da mem­bri laici), aveva dato sorpren­dentemente parere favorevole all'uso della pillola, nel contesto di una iniziale revisione della dottrina cattolica sul controllo delle nascite. Alla chiusura della Chiesa in materia di educazione sessuale corrispondeva l'inadeguatezza della legislazione in Italia, che vietava perfino l'uso degli anticoncezionali (previsto solo nel 1971, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale):sull'aborto,infatti,non era prevista alcuna regolamentazio­ne, salvo poi punirlo, come ai tempi del fascismo, in quanto «delitto contro l'integrità e la sa­nità della stirpe», con la reclu­sione da due a cinque anni.

Dall'altro lato, sulla scia de­gli esempi di altri paesi (negli Usa, il Women's Liberation Movement; in Germania, il manifesto delle donne pubblicato sulla rivista Stern; in Francia, la mobilitazione del Mouvement de Liberation des Femmes), an­che in Italia, i movimenti di emancipazione femminile, in particolare il Movimento di Li­berazione della Donna e l'U­nione donne italiane, iniziavano a parlare, agli inizi degli anni Settanta, di depenalizzazione, legalizzazione e addirittura di liberalizzazione dell'aborto. Nel nostro paese però le prime for­me di adeguamento alla menta­lità europea, con l'affermazione della libertà di scelta individua­le e l'emancipazione delle don­ne, convivevano con il modello tradizionale della società, fon­data sul matrimonio, sulla forza della fa­miglia, sulla morale cattolica e sul disin­teresse dello Stato verso le politiche so­ciali e familiari.

La spinta iniziale all'avvio di un dibat­tito parlamentare sull'aborto fu data dal Partito Radicale e da alcuni deputati socialisti che avevano proposto, inizialmente, un disegno di leg­ge che si ispirava all'Abortion Act inglese del 1967.

Il problema che si intende­va affrontare, da parte laica, era quello degli aborti clandestini e illegali, che negli ultimi anni era diventato una vera e pro­pria piaga sociale. A dispetto delle pesanti pene previste dal codice penale, i tribunali erano abituati a intervenire solo nei casi di aborti seguiti da morte della donna incinta, cioè un'in­fima minoranza. All'ombra del «magistero penale», fiorivano disonesti e lucrosi commerci, e, in certi paesi europei, vere e proprie industrie dell'aborto: medici corrotti, "praticoni", vendita di oggetti e medicinali, tutto illecitamente, almeno per la povera gente. Per le donne ricche invece intervenivano gi­necologi esperti, cllniche di lus­so in Svizzera o Inghilterra (ma anche in Italia), attrezzatissime e molto frequentate. Esisteva­no, come un tempo per il divor­zio, le ben più pericolose "mec­che dell'aborto".

Il primo disegno di legge sull'aborto fu proposto 1’11 feb­braio 1973 dal socialista Fortu­na, che prevedeva anche le ragioni eugenetiche per l'interru­zione della gravidanza, a giudi­zio insindacabile del medico, quando ci fosse un rischio per la salute fisica o psichica della ma­dre o anche il rischio di malfor­mazioni del nascituro, e ammet­teva l'obiezione di coscienza. E mentre si delineavano le posi­zioni "attendiste" del Pd (che si limitava sostanzialmente a evi­tare di aprire un dibattito inter­no, rischioso per il prosegui­mento del confronto con la Chiesa sul Concordato) e della De (che voleva evitare, a sua volta, malumori nelle gerarchie ecclesiastiche), prendevano po­sizione, nel mondo cattolico, al­cuni teologi moralisti, come Chiavacci, che, sulla scia della posizione più aperta dei gesuiti francesi, si differenziava dalla ri­gida chiusura della Chiesa.

Intanto lo svolgimento del processo a Gigliola Pierobon (che aveva dichiarato pubblica­mente di aver abortito) e la successiva sentenza di condanna, rappresentavano un chiaro sin­tomo di quel disagio con cui la magistratura si trovava costret­ta ad applicare gli articoli del codice Rocco che punivano l'a­borto, in ogni caso, come un reato. Dopo le polemiche sulla stampa, la Procura di Firenze stabiliva l'arresto di un gruppo di radicali, auto-accusatisi di ge­stire un centro clinico dove si praticava l'aborto, mentre ve­deva la luce, a Milano, il Centro di Informazione per la Sterilizzazione e l'Aborto, diretto da Faccio e Bonino che iniziava a regolamentare privatamente la pratica dell'aborto, con corsi di aggiornamento per ginecologi e l'informazione sulla contracce­zione e sulla sterilizzazione.

A questo punto accadeva­no due fatti che finivano per surriscaldare l'atmosfera, ren­dendo inevitabile lo scontro tra le parti contrapposte, che fino a quel momento sia la stampa, sia la Chiesa e i partiti, avevano tentato di rimandare.

Il 18 novembre 1974 la Chiesa si esprimeva solennemente nella Dichiarazione sul­l'aborto procurato della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il nuovo documento vati­cano, la più autorevole posizio­ne espressa dalla Chiesa in ma­teria, ribadiva la condanna di principio dell'aborto, anche se non aveva comunque irrigidito la sua posizione rispetto alla precedente enciclica. Nella di­chiarazione si sosteneva che una legge civile non potesse abbracciare tutto l'ambito della mora­le e punire tutte le colpe, si invi­tava il credente a discernere si­tuazioni diverse e a non interve­nire direttamente in una even­tuale legge. L'unica voce fuori dal coro unanime di condanna dei vescovi era quella di monsignor Luigi Bettazzi (quello del­la lettera aperta a Berlinguer), il quale, pur riaffermando la sa­cralità della vita umana, invitava i cristiani a riflettere in maniera autocritica sulle posizioni prese in passato, che non avevano cer­to contribuito a diminuire la piaga dell'aborto clandestino, Il 19 gennaio 1975 L'Espresso apriva con un'emblematica copertina dal titolo: «Aborto: una tragedia italiana». L'immagine, di forte impatto emotivo, di una dorma nuda e incinta, crocifissa sotto la scritta Ecce Mater, pro­vocava l'intervento della magi­stratura e comportava al giorna­le la denuncia per oscenità e vi­lipendio della religione.

A dispetto della congerie grigia e conformista cui aveva abituato fino a quel momento la stampa, intervenivano anche al­cuni intellettuali: Pasolini, nono­stante il suo appoggio ai referendum promossi dai radicali, definiva l'aborto «una enorme comodità» della società moder­na, paragonato a una «legalizza­zione dell'omicidio»; Sciascia in­vitava a non dileggiare il mondo cattolico, ma anzi a coin­volgerlo nella scelta del futuro da prospetta­re all'umanità, mentre Eco e Bocca si chiede­vano come si potesse fare a meno di un ti­po di regolamentazione in vigore or­mai in tutti i paesi civili del mondo; la Zarri e la Ginzburg sostenevano, suscitando scandalo tra i benpensanti, che il concepito era soltanto un'«ipotesi di bam­bino» e un «disegno remoto e pallido di una persona».

Intanto, nel 1975, prendeva­no corpo le altre proposte di legge: i socialdemocratici prevedevano che l'aborto potesse essere praticato anche dopo dieci settimane, ma solo a seguito di attestazione di un medico (te­nuto ad attuarlo anche quando ciò contrastasse con la sua co­scienza), in una clinica pubblica o privata (le spese erano a cari­co della persona interessata); i comunisti prevedevano l'inter­vento di una commissione com­posta da un medico internista, un ginecologo e un'assistente sociale, in modo da informare l'interessata sui rischi connessi, ma non ammettevano l'aborto dopo il 90° giorno dall'inizio della gravidanza (le spese erano a carico del fondo ospedaliero e degli enti mutualistici); i repub­blicani prevedevano assistenza e consulenza gratuite a carico delle Regioni, l'istituzione di consultori comunali, e ammet­tevano l'intervento abortivo non oltre la decima settimana (riconoscevano per il medico l'obiezione di coscienza); i libe­rali proponevano un periodo di riflessione di 7 giorni, dopo il quale la donna poteva rinnova­re la richiesta di aborto; infine, i democristiani intervenivano sui precedenti articoli del Codice penale, prevedendo la pena di reclusione da 7 a 12 anni per chiunque cagionasse l'aborto di una donna senza il suo consen­so e confermavano l'applicazio­ne di una pena da 2 a 5 anni al­la donna che se lo fosse procu­rato (ammettendo delle atte­nuanti, nel caso di anomalia del nascituro, violenza carnale, con­dizioni economiche e sociali di eccezionale rilevanza).

In particolare erano i parla­mentari della Sinistra indipen­dente, convinti che un problema del genere andasse affrontato senza scomuniche religiose né «impuntature ideologiche», a rivolgere un appello al mondo politico per trovare comunque una soluzione. Dopo i tentativi di Gatto e Carrettoni, nel 1976 La Valle lanciava una proposta per tentare un'uscita dalla situa­zione di stallo. L'aborto non do­veva essere considerato una conquista civile, ma ci si doveva indirizzare più realisticamente verso una regolamentazione condivisa. Fuori dai casi di abor­to strettamente terapeutico, la decisione non doveva spettare al medico, ma alla madre stessa, aiutata da un consultorio pub­blico o convenzionato, dopo un periodo di riflessione di 10-12 giorni dal primo incontro. La so­cializzazione del problema avrebbe comunque promosso una crescita di solidarietà. Qual­che tempo dopo, Gozzini preci­sava i termini della proposta, onde evitare di presentare l'in­tervento abortivo in chiave "consumistica". Per il bene del­la società e della stessa Chiesa, occorrevano tre obblighi: per la donna, il ricorso a una istanza pubblica; per il consultorio, un'adeguata offerta di sostegni reali dallo Stato; per la società, l'assunzione dei costi della ge­stazione condotta a termine, che in quel momento ricadevano purtroppo solo sulla don­na, ili trattava, dun­que, di una pro­posta che cer­cava di argi­nare l'ideo­logia aborti­sta che ave­va trovato espressione nelle propo­ste formulate dai movimenti radicali, dai femministi e in parte dai socialisti. A contrastare questa nuova posizione erano subito Comunione e Liberazione (che puntava alla riaffermazione di un soggetto politico cristiano intransigente) e il nascente Movimento per la vita, il quale scavalcava a de­stra la posizione del partito democristiano. L'Mpv di Casini presentava infatti un nuovo progetto di legge, la cui novità più rilevante era la costituzione di centri di accoglienza, non presso l'ente locale ma presso il giudice tutelare (composti da sei volontari, due medici, un as­sistente sociale e tre cittadini di sesso femminile e possibilmen­te con figli), che vigilassero af­finché i consultori familiari svolgessero realmente la loro attività di prevenzione.

Il 18 maggio 1978, dopo un iter tormentato, veniva promul­gata la legge 194, in base alla quale l'aborto, attuato in determinate condizioni, non era più perseguibile penalmente. La soluzione finale trovata rispettava l'autodeterminazione della donna, ma per andare incontro alle esigenze dei cattolici, il legi­slatore riconosceva espressa­mente il diritto di sollevare l'obiezione di coscienza. La legge era votata con 160 voti contro 148, da comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, li­berali e Sinistra indipendente, mentre avevano votato contro democristiani, missini, radicali e demoproletari (questi ultimi due gruppi non erano contrari alla depenalizzazione dell'abor­to ma ai limiti che la legge pone­va alla totale libertà di abortire).

Subito dopo l'approvazio­ne, l'argomento più scottante su cui si incentrò la polemica fu la presunta contraddizione in cui cadeva la legge nella con­cessione dell'obiezione di co­scienza. La grande questione che rimaneva irrisolta era la seguente: fin dove doveva esten­dersi il rigoroso dovere morale di obiezione? All'intervento operatorio, all'attività dei con­sultori pubblici o anche alla certificazione medica prevista per ottenere l'aborto? La legge pareva prevederlo per tutte le attività indicate, ma già al Se­nato il problema di una distin­zione era stato richiamato dai democristiani. Si paventava co­sì il rischio di una vera e pro­pria paralisi di interi reparti sanitari.

(1 - continua)

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