venerdì 18 gennaio 2008

Cagnacci. Tra naturalismo e classicismo

La Repubblica 18.1.08
Cagnacci. Tra naturalismo e classicismo
Alla scuola di Caravaggio e Guido Reni

Lungo la sua vita eccentrica è amico del Guercino che segue a Roma dove incontra le novità caravaggesche
Ispirati dai seguaci di Michelangelo Merisi nascono i suoi primi capolavori sempre carichi di una intensa fisicità
Parte da un soggiorno bolognese, negli anni ´40, la produzione delle sue sensuali e accattivanti immagini femminili

Per una curiosa coincidenza, due pittori seicenteschi che Roberto Longhi accomunò sotto la sbrigativa ma efficace etichetta di «sensualisti», per la carica erotica sprigionata dai loro conturbanti nudi femminili, sono entrambi protagonisti della presente stagione espositiva con una propria «personale»: Francesco Furini, nella sua Firenze, a Palazzo Pitti (ne abbiamo dato conto su queste colonne poche settimane fa) e il romagnolo Guido Cagnacci, con la grande rassegna che si inaugura in questi giorni a Forlì, negli ormai collaudati spazi museali di San Domenico (Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni, a cura di Antonio Paolucci e Daniele Benati, fino al 22 giugno).
Diversamente da Furini, Cagnacci è già stato gratificato una quindicina di anni fa di un´altra mostra monografica (Rimini, 1993), che però rispetto a quella odierna era assai meno ambiziosa, perché si concentrava esclusivamente sulle opere dell´artista. A Forlì, invece, accanto ad una quarantina di tele che esauriscono quasi interamente il catalogo noto del pittore, i curatori hanno convocato un pari numero di quadri eseguiti dai grandi artisti seicenteschi che hanno lasciato un segno profondo nel suo itinerario pittorico. Fra gli altri: Ludovico Carracci, Caravaggio (di cui sono presenti ben quattro tele: l´Amorino dormiente di Pitti, il Fanciullo morso da un ramarro della collezione Longhi, la Maddalena penitente della Galleria Doria Pamphilj e il San Francesco in preghiera del Museo civico di Cremona), Simon Vouet, Orazio Borgianni, Gerrit van Hontorst (con la stupenda Decollazione del Battista della chiesa trasteverina di Santa Maria della Scala), Artemisia e Orazio Gentileschi, il Fossombrone, Guido Reni, Guercino.
Di Guido Cagnacci e della sua vita eccentrica e irregolare, per non dire sregolata, vorremmo conoscere più notizie di quante non ne abbiano finora lasciate filtrare le carte d´archivio. Nasce nel 1601 a Santarcangelo di Romagna da una famiglia che proveniva dalla non lontana Casteldurante, nel Montefeltro (l´attuale Urbania). Suo padre, Matteo, aveva una doppia attività: commerciava in pelli ed era messo comunale. Proprio il testamento paterno, stilato nel 1643, è uno dei documenti più succosi a nostra disposizione. Da esso apprendiamo che Matteo, per avviare il figlio alla carriera di pittore, lo aveva inviato per ben quattro anni a Bologna, finanziandogli inoltre ripetuti viaggi di studio a Roma. Il soggiorno bolognese dovette protrarsi dal 1616 al 1620 circa, mentre il secondo viaggio romano risale al 1621-22, quando gli «Stati d´anime» della parrocchia di Santa Lucina menzionano Guido tra i residenti in una casa di Strada Paolina (l´odierna via del Babuino), in cui abita anche il grande Guercino. Quest´ultimo è senza dubbio un pittore che ha avuto una profonda influenza sulla formazione di Cagnacci, il quale l´aveva certamente conosciuto e frequentato nel suo quadriennio di apprendistato a Bologna. Il 1621 segna l´avvento al soglio pontificio dell´arcivescovo bolognese Ludovisi, che assume il nome di Gregorio XV. E confidando in importanti incarichi di lavoro da parte del nuovo papa che Guercino si sposta prontamente nella capitale, e non è improbabile che sia stato egli stesso ad incoraggiare Guido a seguirlo.
A Roma l´orizzonte culturale di Cagnacci si allarga a dismisura, venendo a contatto con le sconvolgenti novità caravaggesche. Ma più che le opere del maestro, sono quelle dei suoi seguaci italiani e stranieri a lasciare un´impronta indelebile nel giovane romagnolo: le ombre colorate e la sontuosa densità materica di Orazio Borgianni e del ticinese Serodine, l´elegante declinazione «in chiaro» del caravaggismo di Orazio Gentileschi o l´audacia profana dei quadri che proprio in quel giro di anni Simon Vouet stava dipingendo per una cappella in San Lorenzo in Lucina.
Nasce da questi incontri decisivi il capolavoro giovanile di Cagnacci: quella strepitosa pala della chiesa riminese di San Giovanni Battista, con le tre diverse (e incomunicanti) esperienze estatiche e mistiche dei tre Santi carmelitani, con cui il pittore si lascia perentoriamente alle spalle le timidezze degli esordi (ancora succubi delle idee compositive di Ludovico Carracci), per volare alto e dare un primo, indimenticabile saggio della sua stupefacente capacità di trasmettere alle proprie immagini dipinte una carica di intensa e pulsante fisicità.
Curiosamente, è proprio nella chiesa riminese di San Giovanni Battista che Guido cerca provvisoriamente rifugio nel 1628, quando a seguito di un suo tentativo di fuggire con una giovane e facoltosa vedova con cui aveva intrecciato una relazione, è denunciato alle autorità proprio da suo padre Matteo, costretto a questo amaro passo dallo scandalo sociale che il figlio aveva suscitato con i suoi colpi di testa.
Negli anni Trenta Guido continua a risiedere a Rimini, producendo tele sacre per gli altari della città e del circondario (Saludecio, Santarcangelo, Urbania). Poi, nel ‘40, si apre un nuovo ciclo con la sua presenza a Bologna, dove egli entra in contatto con la pittura tarda di Guido Reni, le cui estenuate eleganze producono una svolta decisiva nella sua pittura, attenuandone la prorompente densità materica e l´evidenza illusiva, ma non la fisicità fremente, che si limitano a rendere più sensibile e squisita; in altre parole, operando una sorta di moderata spiritualizzazione della sua produzione pittorica, che finisce per collocarsi esattamente a mezza strada tra i due poli espressivi del secolo: quello del naturalismo e quello del classicismo.
Nasce così, a partire da questo secondo soggiorno bolognese, la produzione di quadri profani «da stanza», che renderanno famoso Cagnacci per le sue sensuali e accattivanti immagini femminili, per lo più a mezza figura, sempre semivestite, invariabilmente comprese nella loro parte come altrettante eroine da melodramma impegnate in un a solo, che un opportuno e variabile attributo - ora un teschio e un tarassaco, ora un pugnale da affondare nelle tenere carni, ora un aspide, ora un vasetto d´unguenti - trasforma in altrettante Vanità, Lucrezie, Cleopatre o Maddalene.
Nel 1642 Cagnacci è a Forlì, impegnato in due grandi teleri sacri destinati a decorare il tamburo della cappella di Santa Maria del Fuoco in duomo. Sembrerebbe un momento felice, come dimostra la strepitosa virata in chiaro di questi due quadroni in cui il pittore recupera da Correggio e Veronese il gusto dell´interazione scherzosa tra lo spettatore e le figure dipinte e scorciate di sott´in su, che lo guardano con sussiego dall´alto in basso, irridendolo più o meno apertamente, oppure lo ignorano, volgendogli le spalle e caprioleggiando felici nell´aria.
Ma la rinuncia ad affrescare la cupola della cappella, con la conseguente rottura del contratto, fa tornare in primo piano il carattere ombroso e inaffidabile dell´artista.
Qualche anno dopo Guido risiede stabilmente a Venezia, dove il clima libero e disinibito è quanto di più favorevole si possa immaginare per una ripresa in grande stile dei suoi nudi femminili «da stanza». Ma l´irrequietudine, e forse anche l´invidia nutrita nei suoi confronti dai pittori lagunari che ne temevano la concorrenza, lo portano a passare gli ultimi anni della sua vita alla corte di Leopoldo I d´Asburgo a Vienna, dove muore nel ‘63 e viene sepolto nella prestigiosa Augustinerkirche. Non prima però di aver compiuto un ultimo, stupefacente capolavoro: quella sconcertante e audace messa in scena della Conversione di Maddalena, la cui visione diretta, per volontà di Norton Simon e di sua moglie Jennifer Jones (sì, proprio lei, l´attrice hollywoodiana!), è riservata solo a chi visita il loro strepitoso museo in un dorato sobborgo di Los Angeles, Pasadena.

Informazioni utili
FORLÌ - La mostra Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni apre al pubblico nei musei San Domenico di piazza Guido da Montefeltro domenica 20 gennaio (fino al 22 giugno). Curata da Antonio Paolucci e Daniele Benati, organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì in collaborazione con l´amministrazione comunale, presenta quasi l´intero corpus dell´artista, una quarantina di dipinti del maestro e a confronto altrettanti quadri di Caravaggio, come l´Amore dormiente, o Guido Reni. Il catalogo è Silvana Editoriale. L´orario di visita dell´esposizione forlivese, facilmente raggiungibile in auto, treno e aereo, dal martedì al venerdì è dalle 9,30 alle 19. Sabato, domenica e giorni festivi (4 febbraio, 24 marzo e 2 giugno) è dalle 9,30 alle 20. La biglietteria chiude un´ora prima. La mostra si ferma ogni lunedì. Il costo del biglietto intero è di 9 euro, ridotto 5 euro. La prenotazione è obbligatoria per gruppi e scuole ma è consigliata anche per i singoli essendo la visita regolamentata da un sistema di fasce orarie con ingressi programmati. Il sito internet è www.guidocagnacci.com il telefono 199 199 111. Per gruppi e scuole 02 43 35 35 22. E-mail: servizicivita. it.

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