mercoledì 9 gennaio 2008

Beni culturali, la girandola impazzita

l’Unità 9.1.08
Beni culturali, la girandola impazzita
di Vittorio Emiliani

Continua il valzer di nomine nel campo dei beni culturali e paesaggistici, tra dipartimenti
vari e soprintendenze: il risultato è quello di svuotarli di operatività e di senso politico

L’ultimo caso - clamoroso - è quello del Darc, dipartimento per l’arte contemporanea, retto con successo e capacità da Pio Baldi: con l’ultimo turbine di nomine l’hanno mandato a fare l’anno sabbatico

Un paradosso tutto italiano: da un lato si continua ad esaltare la quantità/qualità del patrimonio archeologico-storico-artistico-paesaggistico italiano, anche come fondamentale valore economico, occupazionale, attrattivo, etc. etc.; dall’altro la rete tecnica, scientifica e amministrativa preposta a tutelarlo, già debole, diventa precaria, con buchi evidenti di personale, uffici retti ad interim e, negli ultimi anni e mesi, un turbinoso valzer di nomine e di spostamenti o scossoni che certo non giovano all’autorevolezza delle Soprintendenze nei confronti delle Regioni, degli Enti locali, dei privati, del mondo artistico internazionale. Al contrario. Ma che politica si vuole attuare per i nostri pregiati beni culturali e paesaggistici? Con quali poteri e presidii su di un territorio molto diverso, e che quindi esige attenzioni e competenze specifiche? Qual è la ratio generale di tutto ciò?
Il caso più clamoroso - di cui ha parlato in cronaca di Roma anche questo giornale - è quello del Darc, dipartimento per l’arte contemporanea, retto con successo da un direttore generale della qualità di Pio Baldi, già valido soprintendente a Siena (con lui la lottizzazione di Monticchiello probabilmente non ci sarebbe stata, né lo scandalo di Casole d’Elsa) e nel Lazio e che, con l’ultimo turbinare di nomine si ritrova invece titolare di un «incarico di studio», una sorta di anno sabbatico. Baldi non ha commentato. Giustamente attende di vedere gli atti, le motivazioni. Certo, in molti gli hanno espresso pubblica solidarietà per il lavoro compiuto (ad esempio per il Maxxi, anche all’estero) mettendo in luce una delle contraddizioni più stridenti dell’ultimo giro di spostamenti qualificato al Collegio Romano come «normale avvicendamento». Anzi, il capo di gabinetto Guido Improta ha precisato che con l’entrata in vigore del nuovo regolamento (criticatissimo), se non si ruotassero i dirigenti dei BC ogni tre anni, «si tradirebbe lo spirito del decreto legislativo n.165/2001». Che, palesemente, impone regole politiche sbagliate ad una dirigenza tecnico-scientifica che ha nello studio e nel rapporto col territorio i suoi punti di forza. «Tradiamolo» pure lo spirito di un decreto legislativo se va contro ogni logica e ogni storia amministrativa.
Col governo Berlusconi si trattò di vero e proprio spoil system in base alle leggi Bassanini-Frattini (micidiali per una amministrazione tecnico-scientifica), con la rimozione e messa in disparte di Francesco Scoppola dalla direzione regionale delle Marche (dove aveva messo vincoli «pesanti» sulla zona di cave di Cagli e sul centro storico di Urbino), con l’«esilio» di Ruggero Martines da soprintendente a Roma (un classico promoveatur ut amoveatur) a direttore regionale in Molise e con la retrocessione di Mario Lolli Ghetti dalla Toscana alle Marche. Giustamente il ministro Francesco Rutelli ha nominato Giuseppe Proietti segretario generale, Scoppola direttore regionale in Umbria, Martines in Puglia con interim sul Molise e riportato Lolli Ghetti in Toscana. Poi però, questa estate, i primi valzer sconcertanti: uno dei più bravi fra i direttore regionali, Stefano De Caro, stimato archeologo, che tanto si era adoperato in Campania anche per i progetti finanziati dalla Ue, portato a Roma alla direzione generale dei beni archeologici dalla quale veniva però rimossa la apprezzata Anna Maria Reggiani spedita in Abruzzo nonostante gli appelli dei colleghi. A Napoli veniva mandata, al posto di De Caro, una semplice funzionaria, Vittoria Garibaldi con un (ricco) contratto privato da esterno, in attesa di concorso. Fra mille perplessità sul piano del metodo e dell’opportunità.
La più recente rotazione di incarichi - più un roteare che un ruotare - ha aggravato le perplessità, anche semplicemente funzionali.
Del caso più eclatante di Pio Baldi s’è detto. Incomprensibile oltre che grave. Al suo posto arriva un valido direttore regionale, Carla Di Francesco, che poco o nulla però si è occupata di arte contemporanea e che invece ha ben sostenuto la coraggiosa battaglia del sindaco di Mantova, Fiorenza Brioni, contro la devastazione della riva del lago di fronte al Castello di San Giorgio. In Lombardia - dove la Regione sta promuovendo la più vasta e dissennata «deregolazione» urbanistica lasciando costruire, in pratica, dovunque - va un direttore dell’Ufficio legislativo centrale. Prima che si sia ambientato e «armato», ce ne vorrà. Poi c’è il caso di Luciano Scala che stava operando bene alle Biblioteche e che viene paracadutato in un altro pianeta: alla direzione regionale della Campania da cui rientra Vittoria Garibaldi, scadutole l’anno di contratto esterno (e torna in Umbria da funzionaria in attesa di concorso). Paolo Scalpellini in pochissimi anni è transitato in Basilicata, poi in Sardegna, e da qui ora viene spedito in Calabria. E via ruotando, vorticosamente.
In compenso ci sono da molti mesi undici vincitori di concorso per soprintendenti ai beni storici e artistici i quali attendono di venire insediati. Pare che debbano fare dei corsi di management. Per ora studiano per conto loro o si girano i pollici. Un altro concorso, indetto per quattro posti per storici dell’arte (di recente quasi spariti dai piani alti del Ministero a tutto vantaggio di architetti e amministrativi), già viene maliziosamente chiamato dei «bocciati/redenti». Molte Soprintendenze archeologiche sono rette «ad interim», cioè malamente. Ma i dieci concorsi per archeologi sono da poco in atto e già alcune sedi vengono accorpate: per esempio se ne fa una sola nella vasta e diversa Sardegna unendo Sassari a Cagliari. Del resto, a Roma si è accorpata ai Beni architettonici quella Direzione generale dei Beni storici e artistici da cui nacque, coi beni archeologici, la tutela nel Belpaese. E ci è andato, direttore generale, un architetto, naturalmente: Roberto Cecchi, uno dei potenti nell’éra Urbani, non proprio memorabile.
Nel vorticare di nomine, spostamenti, rotazioni si intravvede un piano generale di ristrutturazione della rete di tutela che porti al suo miglioramento e potenziamento? Francamente no. Né si scorgono, ci sembra, i segni di una recuperata meritocrazia. La tutela esige anche stabilità di guida, di comando, conoscenza specifica della storia di un territorio. La precarietà induce allineamento, conformismo. A meno che i soprintendenti non debbano venire ridotti - come vogliono certe Regioni, a cominciare dal Friuli o dalla Toscana - a meri consulenti tecnici degli Enti locali ai quali intanto viene sub-delegata la tutela del paesaggio, poi si vedrà. A loro che anche l’ultima Finanziaria spinge invece a incentivare a tutto spiano l’edilizia onde trarne i proventi per turare le falle di bilancio. Nel fracassante silenzio generale, dei ministri del Paesaggio per primi. E col Consiglio Superiore dei Beni Culturali rivitalizzato per non venire poi ascoltato, nei rilievi e nelle proposte.

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